Agrigento - Domenica 19 dicembre 2004

La Maratona della Valle dei Templi di Maurizio Crispi
 

Il 19 Dicembre 2004 si è svolta ad Agrigento la Maratona della Valle dei Templi, organizzata dall'Associazione Sportivo-Culturale "Acropolis" (di Palermo) di recente – per non dire, recentissima – costituzione: malgrado le incertezze e le latitanze, malgrado la scarsissima informazione sugli usuali mezzi di diffusione delle notizie podistiche, la neonata maratona nel magro panorama delle maratone siciliane alla fine è stata celebrata nel cuore di uno splendido scenario naturale ed archeologico-monumentale, con buona pace di tutti quelli che avevano temuto una replica dell’esempio della maratona di Messina (di due anni fa), entrata a pieno titolo nella leggenda come "maratona-fantasma".

Di seguito, alcune notizie essenziali.

147 sono stati i partenti, di cui 11 le donne.

La manifestazione prevedeva soltanto la maratona: niente mezza maratona e nemmeno manifestazioni podistiche accessorie.

Premi in denaro per i primi dieci assoluti uomini e donne, nonché le solite premiazioni riservate ai primi tre di ogni categoria.

L'ingaggio di un manipolo di kenyani ha consentito agli organizzatori di fregiare la maratona con il titolo di "gara internazionale". Tra gli italiani erano presenti anche Giorgio Calcaterra e i Siciliani Filippo Lazzara e Geri Interrante. Presente anche, ma come testimonial, Salvatore Modica, accompagnato dalla sua famiglia.

Molti dei super-maratoneti italiani non hanno esitato ad intraprendere il lungo viaggio per arrivare ad Agrigento, pur di mettere nel proprio carniere anche questa gara, nel desiderio di rifinire il numero già elevato di maratone realizzato da molti dei presenti nel corso del 2004.

Tra di essi, solo per citare alcuni nomi: Michele Rizzitelli ed Angela Gargano, Massimo Faleo, Giuseppe Togni e William Govi.

Semi-irriducibili avversari (nel senso buono del termine) Giuseppe Togni, sempre in pole position - con questa alla sua 640^ (una più, una meno) - e Govi, ancora distante dall'agognata quota seicento: non è noto se Tampieri accetterà integralmente l'elenco delle maratone che Govi dichiara di aver corso nel 2004, visto che l'innovazione da lui introdotta in questo ultimo anno è stata quella della "maratona a casa" con la validazione da parte di un giudice di gara.

Si vedrà come evolve questa faccenda, anche se molto scetticismo ed ironia suscita negli altri super-maratoneti questo modo di incrementare il numero di maratone disputate.

Qualcuno sostiene che, se le maratone di casa Govi dovessero essere avallate, non ci potrà più essere limite alle stravaganze in questo campo: qualcuno addirittura sostiene che, in applicazione della tradizione inaugurata da Govi, ci si potrebbe fare avallare persino una maratona corsa nel chiuso di una stanza, girando in tondo attorno al giudice di gara, piazzato al centro.

Altri, invece, sostengono che, per maggiore equità, Govi potrebbe istituire la "maratona del mercoledìì" aperta a tutti i maratoneti disposti ad assumere l'onere del viaggio: l'invito esteso a tutti i super-maratoneti renderebbe forse più lineare e trasparente l'intera operazione.

Anzi, mi si dice che è in corso una raccolta di firme per inoltrare a Govi una petizione in tal senso…

Tornando ad Agrigento, ecco altri elementi interessanti.

Due gli speaker ufficiali invitati dall'organizzazione: Marescalchi, ben noto a livello nazionale, e il siciliano Marcellino, molto preparato e documentato su qualsiasi evento podistico egli si trovi a commentare. I due hanno dato vita ad un duetto di voci, secondo una prassi orami da tempo consolidata, che ha vivacizzato, per i pochi spettatori presenti, l'attesa del passaggio alla mezza e dell'arrivo.

Veniamo ora alle caratteristiche del circuito.

In origine, secondo le dichiarazioni rese da Rosario Mazzola e anche secondo un regolamento da me visionato, la maratona si sarebbe dovuta svolgere su di un circuito unico, con alcune sovrapposizioni (tratti di strada da percorrere nei due sensi).

Sembra che le cattive condizioni di tempo della vigilia, abbiano imposto un ripensamento, con la ridefinizione del percorso (un circuito di 21,097 Km da ripetere due volte).

Il percorso è risultato così molto duro: tra il 15° e il 20° Km e poi nuovamente, tra il 36° e il 41° Km due salite continue molto impegnative per risalire dal livello del mare al tempio di Eracle; per non parlare di una breve salita, mediamente impegnativa, di circa 500 metri ad una delle estremità del percorso pianeggiante.

In più per disegnare il percorso in uno spazio lineare relativamente contenuto a San Leone i maratoneti hanno dovuto percorrere un tracciato disegnato a serpentina, di circa tre chilometri.

Splendido, viceversa, il percorso sotto il profilo paesaggistico e monumentale, apprezzato da molti dei presenti, tanto da indurli a commentare che questa si può considerare come una delle più belle maratone disputate sino ad ora. L’elemento di forza ne è stato il fatto che, per la prima volta in assoluto, la Valle dei Templi ha aperto le porte ad un evento sportivo, consentendo che il percorso di maratona si snodasse lungo la via sacra che collega i principali templi della Valle: la partenza è stata data quindi dal sito del tempio posto più in alto (il Tempio di Giunone), l’arrivo collocato in corrispondenza del Tempio di Eracle: a metà strada tra i due affascinanti monumenti, i maratoneti hanno potuto godere della splendida vista sul Tempio della Concordia, pressoché intatto dopo oltre 2500 anni.

In effetti, proprio correndo lungo la via sacra dominata a mezzo dall'imponente – e nello stesso tempo armoniosa - massa di questo tempio, si aveva la netta percezione di essere immersi in una magica atmosfera, fatta di silenzio, di tenui fruscii di foglie secche mosse dalla brezza, dello stormire delle fronde degli ulivi e di sommessi cinguettii: con la netta percezione d’un tempo rimasto immobile, identico a quello abitato dai costruttori di questi templi.

Presidio del percorso e posti di ristoro/spugnaggio: sotto questo profilo la maratona ha risentito del fatto che si è trattato di un esempio clamoroso di "colonizzazione" sportiva.

La partecipazione di Agrigento come città è avvenuta soltanto agli alti livelli (per esempio, nel coinvolgimento della Provincia Regionale di Agrigento oppure dell'Ente Parco Archeologico e Paesaggistico Valle dei Templi, oltre ad alcune delle forze dell'ordine), ma è stato del tutto assente per quanto riguarda la popolazione locale o eventuali associazioni podistiche. Per inciso, anche nel panorama delle gare podistiche brevi, Agrigento è priva di una sua tradizione, come sanno bene i podisti palermitani che veramente di rado nei loro spostamenti coprono l'area di Agrigento.

Ciò ha comportato che questa maratona, pur svolgendosi all'aria aperta e "pubblicamente", è stata di fatto una maratona "a porte chiuse".

Nessun pubblico presente alla partenza, pressoché nessuno all'arrivo ad eccezione dei pochi familiari accompagnatori; indifferenza generale da parte degli Agrigentini intenti nella loro passeggiata domenicale a San Leone ed incapaci di dare un senso al passaggio occasionale dei maratoneti, molto rarefatti considerando il numero di iscritti.

Ciò ha comportato una carenza nel presidio dei posti di ristoro e spugnaggio: gli unici posti presidiati - e non per tutta la durata del tempo gara – sono stati quelli gestiti da collaboratori di Rosario Mazzola (quindi, personale di Palermo); ma anche questi, dopo un certo lasso di tempo, sono diventati posti di ristoro "fai da te" (a voler essere benevoli).

Come alternativa al posto di ristoro fisso, Luigi Stella dell'Associazione Sportivo-Culturale Acropolis ha provveduto validamente a gestire - soprattutto nella seconda metà della gara – una modalità di approvvigionamento "volante" (soprattutto idrico) direttamente dall'automezzo con cui aveva preso a percorrere il circuito.

Analogo discorso va fatto per il presidio del percorso in corrispondenza di quei punti che, al primo passaggio, avrebbero potuto essere di difficile interpretazione, come ad esempio, all'inizio della serpentina.

Rappresentanti delle forze dell'ordine intenti a gestire il traffico automobilistico in alcuni incroci "problematici", hanno trascurato di segnalare ai maratoneti la direzione da prendere, sicché alcuni hanno clamorosamente sbagliato strada.

Infine, una parola va spesa sulle condizioni atmosferiche: dopo le pessime premesse del giorno prima, all'alba di domenica i maratoneti hanno avuto la lieta sorpresa di una giornata mite, allietata dal sole.

La maratona, quindi, sotto questo profilo ha regalato ai suoi partecipanti un'inaspettata abbronzatura fuori stagione...

Unico neo della "sorpresa" climatica di questa giornata, la brezza marina piuttosto forte che sul lungomare ha fortemente ostacolato i maratoneti, accrescendo le difficoltà del percorso.

Molti, in effetti, sono stati i maratoneti che si sono ritirati.

Tirando le somme, questa prima edizione della maratona di Agrigento, si può considerare riuscita come evento podistico, pur destando più d’una perplessità per il modo in cui è stata realizzata, con tutte le conseguenze disfunzionali che si sono potute registrare: nel senso che la si può intendere come una maratona fatta ad Agrigento, ma non di Agrigento, ciò come effetto dello scarsissimo coinvolgimento locale; mi riferisce un amico (che appunto abita ad Agrigento) che nessuno, nell'ambito della cittadinanza, era stato informato dello svolgimento dell'evento sportivo.

Quindi si è realizzato il paradosso di una maratona molto bella sotto il profilo paesaggistico e della valorizzazione del patrimonio monumentale della Valle dei Templi, in assenza di una partecipazione sentita della popolazione, con la conferma delle valutazioni espresse preventivamente da alcuni.

In realtà, date queste premesse, l'associazione Acropolis avrebbe potuto realizzare questo evento podistico dovunque, anche in un tratto di strada deserto nel cuore profondo della Sicilia (certo, in questo caso, senza sponsor e senza amministrazioni comunali che sostengono l’onere economico): secondo molti - e condivido pienamente quest'opinione - una maratona (ma anche qualsiasi altra gara di lunga lena) dovrebbe essere intrinsecamente vincolata al territorio/contesto in cui si svolge e servire da meccanismo propulsore delle sue specificità culturali, con il coinvolgimento e la responsabilizzazione degli individui che vi abitano. Non è sufficiente, da questo punto di vista, ottenere preventivamente l'avallo delle istituzioni preposte con il rilascio delle relative autorizzazioni e poi muoversi in assenza di un’azione preventiva di coinvolgimento della gente del posto .

Un evento complesso come una maratona, deve nascere dall'interno (o dalla base) come espressione di un'esigenza degli individui che vivono in un dato territorio e che attivamente praticano lo sport, e non dovrebbe mai essere il frutto di un'operazione di colonizzazione.

C'è da augurarsi che, sotto questo profilo, la maratona della Valle dei Templi ( di cui è già stata annunciata la data della seconda edizione per il 18 Dicembre 2005) possa crescere e maturare, attraverso un ripensamento dell'impianto organizzativo che, per essere efficace, dovrebbe scaturire da un diffuso reclutamento delle associazioni locali presenti nel territorio ( e nel caso in cui manchino delle Associazioni Sportive, anche altri tipi di associazioni possono andar bene), coinvolgendole attivamente nella costruzione dell'evento, com'è avvenuto nel caso della Maratona di Palermo in modo decisivo per il suo miglioramento e la sua crescita.

Anche sotto il profilo tecnico, sembra che - anche a parere di molti che l'hanno corsa - il percorso su circuito da ripetere due volte sia troppo impegnativo, tale da non consentire di realizzare una maratona veloce, considerando che perfino i tre kenyani saliti sul podio non sono stati in grado di realizzare buoni tempi.

Ciò nulla toglie alla validità dell'idea che ha mosso Rosario Mazzola e l'Associazione Sportivo-Culturale "Acropolis" a voler realizzare questo evento e alla bellezza intrinseca di questo circuito. Chi organizza una maratona, si espone sempre in prima persona: quindi, bisogna sempre avere cautela nel criticare i punti di criticità; tutto ciò che si può dire deve essere sempre inteso nei termini di una critica costruttiva, finalizzata al miglioramento: a condizione, ovviamente, che chi organizza sia disponibile al confronto dialettico e non consideri le obiezioni soltanto come un brusio da ignorare il più possibile.