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I Nebrodi e la corsa – 2 Puntata

anapoco

Di gara mitica si trattò! Il freddo, la neve, il silenzio, la solitudine, la voglia di raggiungere la meta

Maurizio D’Ippolito
Ho visto e pestato tanto fango, di varia consistenza, più o meno fluido. Ne ho pure sentito l’odore acre e il sapore, candendoci sopra più volte.
La neve e la nebbia sono stati elementi caratterizzanti, che hanno reso la gara quasi fantastica, direi unica: il paesaggio era favoloso e il silenzio naturale e “sacro”dei luoghi, era rotto dal mio respiro e dai miei pesanti passi che, pestando la neve, liberavano il suono quasi “cristallino” della neve.
Lungo il mio percorso ho avuto poche occasioni di correre accanto ad altri trail runner. Vedevo i miei compagni di gara, eroi in questa nostra pacifica battaglia, tutti più bravi di me, che mi superavano agevolmente e che velocemente sparivano nella nebbia e tra gli alberi innevati.
Nessuna fatica fisica alle gambe, niente fame, niente crisi di sete, soltanto il freddo, quello inteso, mi ha condizionato, soprattutto il freddo alle mani. Dapprima i guanti bagnati e gelati, poi le anche mani e in particolare le estremità delle mie dita che erano diventate blu – viola. Al settimo chilometro ero preso dal panico. Non sapevo cosa fare…non sapevo come dovessi gestire il problema e porvi rimedio. Mi sono ricordato di un metodo antico: riscaldare le mani con la mia urina. L’operazione ebbe un certo risultato positivo. Dopo avere avvolte le mani con il telo di sopravvivenza, continuai la mia corsa fino all’arrivo del secondo punto di ristoro (quello vicino al lago), dove gli addetti, in sostituzione dei miei guanti ormai troppo bagnati, me ne diedero un paio da muratore, che realmente si rivelarono utili per continuare la gara. A Monte Soro, un po di te caldo sulle mani, contribuì a farmi stare meglio, mi ridiede la forza e la fiducia di cui avevo bisogno per continuare fino alla fine.

Mimmo Klagenfurt Brusca
Il piede affondata ora sulla neve ora dentro il fango. Non era la sabbia del deserto né la cenere lavica dell’Etna, proprio lì di fronte. Avevo già corso sulla neve ma non avevo mai corso con la grandine che ti buca il viso o il vento ghiacciato che ti taglia la faccia. Mi spiace dirlo ma a differenza di tutti gli altri corridori di montagna, malgrado i miei vissuti turisticoagonistici, sognavo il traguardo più che mai e pareva non arrivare mai. Il tracciato era irto di sofferenze tra salite e discese ripide, di meravigliosi boschi, di laghi e di un meraviglioso tappeto di foglie autunnali che sembrava una coperta arancione naturale ed uniforme. Ma non alleviava la sofferenza che ad ogni passo bussa sin dai primi km e fino all’ultima fatica dell’ultima interminabile salita ecco arrivare il tanto desiderato traguardo.

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