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Calcari e Lave – Cronaca della domenica 8 febbraio

Ben prima del levar del sole un manipolo si mise sulla strada alla volta delle pendici del grande vulcano.
Poco dopo, un altro, ben più cospicuo e variegato, gruppo si dirigeva verso i monti bianchi di calcari aguzzi dell’ovest.

A levante già risplendeva il gelido sole,  ma a ponente nubi scure si addensavano minacciose.

Il grande vulcano era incappucciato di neve e vaporoso di nuvole, alle sue pendici abnormi figure poste su carri semoventi giacevano immobili, mentre qualche centinaio di umani in calzoncini brulicavano senza apparente ragione o meta.

Le creste aguzze e le pareti lisce erano bianche per natura, ma tutto il resto era verde e umido di gocce appena cadute ad impastare la terra rossa.

Ad un tratto gli umani in calzoncini si misero a correre tutti nella stessa direzione, in un caso ripetevano giri su giri all’ombra del vulcano, nell’altro si snodarono per stretti sentieri circondati di palme nane, pietre scabrose, cespugli paffuti e ed altri ridotti a scheletri anneriti.

Sui bordi s’assiepavano genti distratte dalle statue giganti, dai bimbi a spasso, dai cani al passeggio, dal mare blu, dal profumo di dolci, e quelli correvano concentrati in se stessi.

Oppure solo la brezza del mare, lo sguardo che spazia lontano, oltre il mare, per un attimo che già il sasso infido richiede attenzione.

Salita, i muscoli bruciano, il torace come mantice cerca di portare aria dove più serve e quello è il correre sia all’ombra del grande vulcano che delle creste di calcare aguzzo.

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