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Marathon de Paris di Marco Maraschi

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Oggi ho capito che ogni viaggio inizia con una pianificazione ma che più la pianificazione è rigida e più sarà alta la probabilità che il progetto fallisca;

Oggi ho capito che abbassare le spalle, fare leggero il passo e cantare a squarciagola “I’ve got Youuuuu under ma skiiiiiiiiiin” dentro il bois de Boulogne può anche darmi la sensazione di andare fortissimo.
(purtroppo solo la sensazione!)

Oggi ho capito che a Parigi, oltre le brioche, sanno fare bene anche le strade con i Sanpietrini, che le caramelle gelee attaccate ai denti sono nulla a confronto a quando mi si attaccano sotto le scarpe nel corso di una maratona e che acqua fredda unita a gel con caffeina possono trasformarmi in una seppia in meno di un chilometro.

Oggi ho capito che per Parigi questo è un giorno speciale e che in 42 km non ci sarà un metro senza qualcuno pronto ad incitarmi, ma che se mi sono appena trasformato in seppia rimpiangerò di non essermi iscritto alla marcialonga di Montelepre.

Oggi ho capito che quarantaduemilacentonovantacinquemetri si scrive sempre allo stesso modo ma a correrli a volte sembrano infiniti, altre solo una meravigliosa passeggiata.

Oggi ho capito che perdere il pettorale al Village Maratona non è la miglior cosa che mi potesse accadere e che con il pettorale sostitutivo senza nome nessuno mi inciterà chiamandomi lungo il percorso ma, se un nome non ho, in 42km avrò tutto il tempo e la lucidità per darmene uno e scegliere chi vorrò iniziare ad essere.

Oggi ho capito che staccare l’orologio e godermi il viaggio può iniziare col sapore di una sconfitta ma finisce per essere vittoria e che conservare pettorale e medaglia nel loro cassetto è ogni volta la ritualità di un gesto denso.

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