Maurizio Crispi e Giacinta Speltra alla Maratona dell’Antola
Genova, 19 Giugno 2005

La maratona dell’Antola è una gara anomala per molti aspetti: l’abbiamo scoperta casualmente su Correre nella rubrica in cui sono elencate le principali maratone e ultra-maratone in calendario, mentre eravamo alla ricerca di una gara lunga da abbinare alla Pistoia-Abetone (quando parto cerco sempre di realizzare questi abbinamenti, allo scopo di "ottimizzare" il mio viaggio sotto il profilo podistico...).

La Maratona dell’Antola o RigAntoCa (Righi-Antola-Caprile) figurava collocata tra le Ultra (e in effetti, tecnicamente tale è dal momento che la distanza da coprire è di 43km 200m).

Tuttavia, pur essendo inserita in questo repertorio podistico, è risultata essere una "non competitiva", anzi una gara nella cui organizzazione non entrava alcuna Associazione Podistica, affiliata FIDAL o UISP o IUTA, bensì una Sezione Escursionistica Ligure del Club Alpino Italiano, con la compartecipazione del Comitato Regionale Ligure della Federazione Italiana Escursionismo e dell’Ente Parco Regionale dell’Antola.

Ho chiamato al numero di telefono incluso nella notizia: mi hanno subito dato delle ampie delucidazioni e, a stretto giro di posta, mi hanno inviato il materiale illustrativo: un pieghevole molto ben confezionato, con le notizie essenziali sulle caratteristiche delle gara, sul suo interesse paesaggistico, sui luoghi attraversati, con un accattivante disegno del percorso ed il relativo schema altimetrico.

Mi sono subito entusiasmato: il percorso partendo da Genova Righi (un colle subito alle spalle della città, dove si arriva per mezzo di una funicolare – equivalente per intenderci al Vomero di Napoli) si snoda attraverso sentieri di montagna sino al punto più alto (il monte Antola, 1597 m s.l.m. ) per poi ridiscendere alla località di Caprile, un tempo abitata da oltre seicento persone ed oggi soltanto da poche decine di anime (sede del punto di arrivo), con un dislivello altimetrico complessivo di oltre 2000 metri.

Telefonicamente, mi hanno anche detto che avrebbero chiuso le iscrizioni a quota trecento, ma che, in ogni caso, se avessimo tardato a deciderci, per due persone che venivano da lontano non ci sarebbero stati problemi.

Mi hanno anche avvertito che – secondo un accorgimento tipico delle "non-competitive" di cui in Sicilia non vi è alcuna tradizione – la partenza sarebbe avvenuta in un’ampia fascia oraria (dalle 4.30 alle 7.00) in modo tale da consentire a tutti, anche ai camminatori più lenti (con andature quindi di poco superiori a 3km/h) di arrivare alla meta finale in tempo utile, ma che sarebbe stata data una partenza "formale" alle 7.00 in punto per quanti tra gli iscritti desiderassero partecipare, non da escursionisti ma da podisti.

Dopo avere valutato le informazioni ricevute, ci siamo decisi per la partecipazione e a mezzo e-mail abbiamo mandato la nostra adesione.

Certo, quando il giorno prima siamo arrivati a Genova, una Genova, assolata e tristemente parata a festa con i colori del Genoa, per una festa che poi non c’è più stata, e siamo andati a cercare il punto di partenza, eravamo un po’ in apprensione perchè nessuno del posto sembrava saperne niente.

Le indicazioni sul punto di partenza erano alquanto vaghe. Gli organizzatori non erano reperibili telefonicamente, mancando uno straccio di cellulare.

Ma poi abbiamo trovato il posto e siamo stati rassicurati. Qualcuno, alla fine, era al corrente che ci sarebbe stata una gara l’indomani e ci ha dato la conferma che il punto di raccolta era il ristorante accanto alla stazione della funicolare di Righi.

In pratica, la maratona dell’Antola è una manifestazione che va all’essenziale, senza tanti fronzoli di vetrina, fatta da gente a cui piace camminare in montagna e che, con schietto entusiasmo e senza mobilizzare troppi soldi, riesce a mettere in piedi ormai da sei anni un’ottima macchina organizzativa che rivela un forte senso etico e un impegno responsabile nei confronti di tutti quelli che si avventurano su per le montagna in direzione della lontana meta di Caprile.

Basti pensare alle cure necessarie per rendere praticabile il percorso: in molti punti era stato fatto un impegnativo lavoro di taglio di tutta la vegetazione arbustiva eccedente che avrebbe reso difficile il transito dai sentieri; in altri tratti, invece l’erba cresciuta dopo le piogge invernali era stata falciata; dovunque era stata posta una segnaletica chiaramente interpretabile per dare indicazioni sul percorso corretto soprattutto nei punti di dubbia interpretazione.

Posti di controllo, ristori, punzonature del cartellino: un’attenzione davvero meticolosa ad ogni singolo partecipante, in modo tale da potersi mettere subito all’erta e far partire le ricerche se qualcuno non passa in tempo ragionevole al controllo successive. Una bella lezione per chi esordisce nell’organizzazione delle maratone, dove a volte – smaccatamente – letteralmente ci si "dimentica" degli ultimi.

E’ stato così che, alle 7.00 del 19.00, ci siamo ritrovati con altri trenta a partire per questa avventura podistica. Come sempre succede nell’approccio alle cose nuove, dubbi e perplessità che avevamo nutrito sino a poco prima si sono sciolti quando abbiamo toccato con mano la concretezza dell’evento e abbiamo potuto vedere il suo "farsi": c’è! sta accadendo! non è una chimera fantasiosa! siamo qua e ci stiamo avviando a compiere questa nuova impresa!

E’ esattamente la stessa cosa che succede, quando si parte per un viaggio verso un luogo in cui non si è mai stati: sino all’ultimo la nostra mente è dominata dai dubbi e dalle incertezza. Poi, nel momento in cui si "entra" nel viaggio, c’è soltanto la realtà vivida dell’esperienza che iniziamo a fare.

E questa esperienza è stata davvero bella: magnifico ed esaltante il percorso per le vedute, per gli odori, per i suoni. Un unico tratto di strada asfaltata di circa un chilometro ad Avosso, al 19° km, per il resto solo ed esclusivamente sentieri montani, quanto a pendenza davvero impegnativi. Poco prima di Avosso, per una disattenzione ci eravamo persi nel greto di un torrente quasi del tutto asciutto incassato in uno stretto vallone, e, alla ricerca delle indicazioni segnaletiche (cartelli bianchi con un freccia con su scritto "Rigantoca", segni di vernice gialla sulle rocce, stringhe di plastica bianco-rosse) ci eravamo trovati a percorrere a vuoto quasi un chilometro (ma sembrava di essere proprio fuori dal mondo, lontani da tutto).

Dopo il transito da Avosso, che ha comportato un veloce ritorno alla civilizzazione (ai suoi rumori fastidiosi, agli odori sgradevoli dei gas di scarico), ci siamo immersi di nuovo nella natura incontaminata per affrontare la grande salita verso la cima dell’Antola.

Lungo tutta la strada, ci siamo imbattuti in suggestivi piccoli borghi ormai abbandonati, in deliziose e suggestive cappelle votive, in zone di boschi fitti e di prati lussureggianti.

Attorno al 28° km, ho cominciato a star male, non riuscivo più ad andare avanti: una crisi ipoglicemica, probabilmente. Camminavo senza rendimento, trascinandomi. Giacinta mi spronava, ma non reagivo più, niente da fare: anche delle cose che Giacinta mi raccontava per distrarmi non capivo più niente. Le sue parole erano ridotte ad un brusio indistinto. Il mio unico pensiero era che non riuscivo più a tirare avanti: più che un pensiero era una sensazione che sentivo in tutto il corpo e che frantumava la mia volontà. Alla fine, mi sono levato lo zainetto dalle spalle e l’ho buttato per terra. Che fai?, dice Giacinta. Niente, devo riposarmi un po’. E, così dicendo, mi sono disteso proprio in mezzo al sentiero su cui stavamo camminando. Mai un luogo di sosta fu scelto meglio: al centro di una chiazza ombreggiata da alberelli dalla fitta chioma, su di una superficie resa morbida e confortevole dall’erba falciata di fresco. Appena sdraiato mi sono accorto che avevo il cuore che andava a duemila: Ho fatto bene a fermarmi! Appena in tempo! ho pensato.

Insomma, sono stato fermo per circa un quarto d’ora: penso di essermi anche addormentato. Un micro-sonno ristoratore. Forse ho anche sognato. Quando sono tornato in me, mi sentivo di nuovo in ottime condizioni e siamo ripartiti con rinnovato vigore.

E’ stato splendido arrivare sulla cima dell’Antola, ai piedi della grande coree di ferro che la domina, e da lì vedere il panorama delle cime circostanti e, lontanissimo, nella direzione da cui eravamo venuti, il baluginare del mare. Invece, sull’altro versante lungo il quale ci saremmo avventurati a percorrere gli ultimi cinque chilometri tutti in discesa, risplendeva il lago di Brugneto, incastonato come uno smeraldo oblungo tra i pendii verdeggianti.

Con piacere, ci siamo fermati a goderci la vista per cinque minuti e scattare le foto di rito per poi tuffarci a capofitto negli ultimi cinque chilometri in discesa, dove a decine abbiamo superato i "camminatori", quelli cioè che erano partiti prima delle 7.00.

Grande festa a Caprile per tutti quelli che arrivavano. Un bel medaglione commemorativo per tutti.

C’era persino la possibilità di una doccia calda, ma in mancanza del necessario abbiamo optato per abluzioni e un pediluvio in un bevaio pieno di gelida acqua montana: e di questo c’era veramente bisogno perchè gambe e piedi con la polvere dei sentieri avevano assunto una intensa coloritura marrone.

Quindi, rientro alla base, con il servizio predisposto dall’organizzazione: alcuni ragazzi di Genova ci hanno dato gentilmente un passaggio sino al punto di partenza dove avevamo lasciato l’auto.

Abbiamo percorso la distanza in 9h15’.

Giacinta visto che non si trattava di una gara competitiva ha deciso di far la gara assieme a me, a mo’ di passeggiata.

Come al solito, un mio commento di taglio diverso, è possibile leggerlo in Podisti.Net (http://www.podisti.it/index.php?option=content&task=view&id=4446).

Palermo, il 27.6.2005