100 km del Passatore

33^ Edizione

28-30 Maggio 2005

Questa edizione del Passatore è stata caratterizzata da un caldo africano.

Forse, alla partenza, la temperatura si aggirava sui 34 gradi, o anche di più (alcuni hanno anche parlato di 36-38°).

Niente, in fondo, per chi ha ripetutamente partecipato all’estrema performance della Marathon des Sables, "acqua fresca"; ma veramente difficile da sopportare per noi, comuni mortali.

La partenza da Piazza della Signoria si svolge nel consueto modo: grande entusiasmo, due ali di folla plaudenti. Poi, passata Piazza del Duomo, inizia la dura fatica, l’asfalto in fiamme, il sole che picchia sul capo: molti dei podisti per proteggersi testa e nuca dalla calura hanno personalizzato berretti e bandane.

Un’impressione strana: sulla salita di Fiesole, battuta dal sole, mai visti tanti podisti camminare, anziché correre.Avidità per l'acqua e i liquidi: nei primi posti di ristoro, l'acqua va a ruba, e così pure i sali minerali. Alcuni, i ritardatari, rimangono senza, drammaticamente, al posto di ristoro del Passo della Croce (18°km circa).

Ma, per quanto posso vedere io che viaggio nelle retrovie, c’è un’autentica ecatombe di podisti, tanti si ritirano precocemente a Borgo S. Lorenzo, moltissimi al Passo della Colla; le ambulanze vanno avanti e indietro alacremente per prestare soccorso e per caricare podisti presi dall'insolazione; molti ai posti di ristoro, dopo aver bevuto, si fermano a vomitare.

Alcuni giacciono al lato della strada sotto flebo, in attesa che si rianimino un po’, prima di decidere sul da farsi.

Insomma, un vero e proprio bollettino di guerra.

La notte è passata bene: dopo il gran caldo del giorno, la temperatura non è scesa eccessivamente; è stato superfluo utilizzare il cambio che avevo predisposto per il 50° km, sicchè mi sono limitato a prendere una felpa nel caso che, nelle prime ore del mattino, potessi sentire un po’ di fresco. Ma tutto il resto l’ho lasciato indietro.

Nelle ore della notte, salendo verso la Colla e poi, dopo aver scollinato, scendendo in direzione di Marradi, attorno a me è buio pesto, interrotto dalle luci tremolanti portate da podisti solitari per illuminare la strada davanti a sè, oppure da piccole lucine intermittenti rosse per essere visibili alle auto in arrivo da dietro. Io procedo nel buio più totale, perché ho dimenticato di prendere la mia lucina.

Ma non è molto rilevante non averla: all'orario del mio transito, la faentina è semi-deserta. Tutto tace, ogni tanto si sentono nitidi soltanto il gorgogliare dell'acqua e i richiami di uccelli notturni.

Nel buio totale, ho difficoltà a tenere gli occhi bene aperti; tendo a scivolare in uno stato sognante della mente; forse, perchè è questo il modo in cui l'esposizione al sole feroce delle prime ore di gara, sta facendo sentire su di me i suoi effetti.

Ogni tanto, mediamente una volta ogni ora, devo fermarmi; dopo aver scelto un posto sufficientemente riparato, mi seggo con le spalle appoggiate ad un muretto, ad una qualsiasi superficie solida per abbandonarmi ad un sonno ristoratore per cinque-dieci minuti. E poi riparto con rinnovata energia. Insomma, passo la notte procedendo questa andatura a spezzoni.

Passato Marradi, dopo il 65°km, comincia ad albeggiare. Questa volta, mi attende una novità: siccome sono ancora più indietro del solito, alle prime luci del nuovo giorno, ho modo di contemplare una parte del paesaggio (l’alta valle del Lamone) che solitamente non ho ancora potuto osservare bene durante la corsa, perchè – quando vi transitavo - tutto risultava avvolto nelle tenebre oppure appena illuminato dalla luce surreale della luna.

E questi chilometri, grosso modo da S. Adriano (70°km) a Brisighella (88°km) sono stati per me un’autentica scoperta, piena di sensazioni e vibrazioni interiori.

Da Brisighella, che per me rappresenta la vera "porta" per Faenza, (nel senso che, una volta che sei lì, all'ombra delle sue due torri svettanti su due cime rocciose, capisci che Faenza è ormai a portata di mano e che non potrai più ritirarti), è ritornata la dura fatica della via sotto il sole, di nuovo caldo e bruciante, senza possibilità di scampo; quasi nessuna ombra benevola sotto cui trovare riparo; un lunghissimo rettifilo, con pochissime variazioni (anche se non mancano continui falso-piani in salita); un transito continuo (e asfissiante) di auto e moto di gitanti domenicali; i piedi dolenti. Insomma, un tormento, un piccolo calvario. Malgrado ciò, gli ultimi chilometri sono passati tutti uno via l'altro, sino al fatidico cartello "ultimo Km" e da lì, in pochi minuti, sono nel cuore della Piazza del Popolo di Faenza e transito sotto il gonfiabile dell'arrivo, acclamato come un vincitore, anche se sono ad appena 14’ dalla fine del tempo massimo.

Sono dei momenti bellissimi che si ripetono immancabilmente ogni volta che sono riuscito ad arrivare al traguardo finale.

Tutto quello che segue fa parte di un rito consolidato ed è piacevolissimo da vivere, perchè è parte di una meritata conquista ed è parte integrante della gara appena conclusa (della sfida vinta con te stesso). Ragionando in termini neurofisiologici, si potrebbe dire che quando varchi il traguardo finale la tua dopamina sale alle stelle e quindi tutto appare più luminoso e più bello anche per questo. Dico anche perchè mi rifiuto di pensare che si sperimentino simili sensazioni solo per questo. Sarebbe troppo riduttivo: eppure molti neuroscienziati sono pronti a mettere la mano sul fuoco pur di sostenere che dipendano da una semplice questione di neuro-chimica.

Sia come sia, dopo la conclusione di una cento, tutto è ben meritato; le cose che seguono (anche le più banali: farsi massaggiare, fare una doccia calda, distendersi su una delle brandine predisposte nella palestra, concedersi un gelato) viceversa appaiono grigie e, in qualche misura, conquistate fraudolentemente se ti sei ritirato: non importa, se classificandoti comunque al traguardo dei 50km o a quello dei 65km (che, per chiunque, sarebbero una conquista di tutto rispetto). Sono delle conquiste solo parziali che rappresentano appena un debole sostituto della meta finale e, siccome si tratta sempre di una soluzione di ripiego perchè nessuno – sano di mente – va al Passatore, programmando in anticipo che si fermerà ad uno dei traguardi intermedi, è una cosa che ti lascia con l'amaro in bocca. Salvo a voler fare un ipocrita capovolgimento, per cui chi fallisce, poi dice: "La gara del Passatore non fa per me" (in fondo la favola della volpe e dell’uva torna sempre utile): come quelli che mettono le mani avanti e, anche se si sono allenati come matti, dicono, prima ancora di cominciare, in tempi non sospetti: "Non mi sono allenato abbastanza" (stratagemma tipico, questo, di molti dei maratoneti nostrani).

Quindi, anche per quest’anno, mi becco la bella medaglia dorata e il trittico di vini tosco-romagnoli (una parte della gara, lungo la via faentina si snoda attraverso i luoghi del Sangiovese), che al di là del loro modesto valore materiale, rappresentano il vero riconoscimento per i full-finisher.

Ma, come sempre capita per chi è entrato nell’ingranaggio d’amore per questa straordinaria gara, già mi ritrovo a pensare (e desiderare di essere) alla prossima edizione.

E anche questo è un meccanismo molto strano, perchè mentre soffri e arranchi, mentre conquisti faticosamente gli ultimi chilometri spargendo lungo la via sudore e sangue, pensi con paura (e con rifiuto) ad una prossima volta: eppure basta un riposo di poche ore, e già ti ritrovi ad esaminare con nostalgia l'esperienza appena vissuta, nello stesso tempo, immaginando con desiderio la prossima che verrà.

Il momento della nostalgia (per ciò che è stato) e quello del desiderio (per ciò che verrà) è quello in cui la fatica sostenuta (e il complesso di cose osservate e "vissute") si tramuta in "esperienza" che assume, in alcuni casi, una configurazione narrativa, entrando a far parte del repertorio mitografico personale e del proprio bagaglio di storie.

 

Io: ho concluso in 19h46’ e una manciata di secondi. Con questa partecipazione giunta a buon esito – sia pure di misura – sono giunto così alla mia dodicesima partecipazione alla Cento chilometri del Passatore, con sette edizioni portate a termine. Delle altre, una – quella del 1998 – è stata disastrosa: non c’ero con la testa e sono uscito dalla gara al 35° km, a Borgo S. Lorenzo. In questa circostanza, ero così fuori di testa che non ho nemmeno preso la medaglia e l’attestato di partecipazione che pure mi sarebbero toccati; non mi interessavano.

Delle altre quattro volte, in due circostanze (1999/2000) mi sono fermato al traguardo intermedio di Casaglia (55°km) e in due (2002/2003) al passo della Colla (50°km circa) dove nelle ultime edizioni del Passatore è stato collocato il traguardo intermedio che prima era a Casaglia.

A queste sette cento del Passatore completate (il miglior tempo nel 1996 in 13h02’) vanno aggiunte, nel mio curriculum di centista, una partecipazione (l’unica) alla (storicamente) gloriosa Torino-S. Vincent (nel 1996) che, dopo questo ritorno promettente (e che oggi sarebbe stata, in continuità, ben più antica della Cento del Passatore), non è più stata ripetuta, con la conclusione in poco meno di 14 ore e alla recentissima 1^ Edizione della Trapani-Palermo (Sicilia…in 100 km), in oltre 17 ore.

 

Giacinta Speltra: sino a Borgo S. Lorenzo (35°km circa) era la 19^ delle donne, transitando in 3h30’circa; ma poi ha cominciato a evidenziarsi in maniera meno gestibile un malessere da insolazione, già iniziato prima (con nausea, stordimento, andatura barcollante): ciononostante, Giacinta ha voluto tirare avanti, pur fermandosi a riposare, prima, per trenta minuti a metà strada da Borgo al Passo della Colla, poi, per quasi due ore alla Colla; non volendosi dare per vinta, dopo questa sosta prolungata, ha ripreso ad andare, riprendendo a superare numerosi podisti nella discesa, ed è giunta a Marradi (65°km) in un tempo rispettabile 10h25’, considerando che per complessive due ore e mezza era stata ferma, ma Giacinta ha, in queste circostanze, una forza di volontà pazzesca e tiene duro, dritta al suo scopo: per come la vedevano, molti non credevano che stesse male. Ma giunta a Marradi, dopo una iniezione di Plasil da parte del medico dell’ambulanza che non ha sortito alcun effetto, Giacinta ha saggiamente deciso di ascoltare i segnali del suo corpo e, molto a malincuore, ha deciso di ritirarsi, classificandosi dunque a questo traguardo intermedio.

Dovete sapere che Giacinta ha la Cento del Passatore nel cuore, perché questa è stata la sua prima sfida podistica in assoluto: ha sentito parlare di questa gara e, senza aver prima fatto alcuna esperienza "propedeutica" di maratona, ci si è tuffata dentro con coraggio e determinazione.

Con questa, Giacinta è alla sua quarta partecipazione: delle sue prime tre volte al Passatore (2002-2003-2004) tutte concluse, il tempo migliore lo ha realizzato nel 2004, con 16h33’.

Ha al suo attivo anche la Cento chilometri Trapani-Palermo del Febbraio scorso, cui ha partecipato quando ancora non portava i colori della nostra Associazione; qui, ha concluso in 12h46’ circa (ma avrebbe potuto finire largamente al di sotto delle 12 ore: a causa del mancato presidio del percorso, si è trovata a percorrere, dalle parti di Sferracavallo, quasi 6 chilometri in più).

A conferma delle sue potenzialità, alla 24 ore in pista di San Giovanni Lupatoto del Settembre 2004, ha passato i 100km, in poco meno di 12 ore.

Su www.podisti.it è possibile leggere un mio articolo sulla questa partecipazione alla Cento del Passatore.

Palermo, il 30.05.2005