Statte 27-28 Agosto 2005

24 ore di corsa su strada…e altro
(Maurizio Crispi)

 

[Una premessa (breve, ma necessaria): quello che vedete è un testo piuttosto lungo, è scritto, in verità, per leggerlo nella pagina stampata.

Volerlo leggere tutto sullo schermo del PC potrebbe risultare ostico e noioso.

In ogni caso, per facilitarne la consultazione, inserisco brevi indicazioni sul contenuto dei paragrafi, in modo tale che chi non vuole stamparlo possa andare a leggere le parti che lo interessano maggiormente.

Nel primo e nel secondo paragrafo si parla delle coordinate generali della gara e del suo impianto organizzativo e logistico.

Nel terzo paragrafo vengono introdotte alcune considerazioni generali sulla “filosofia” della 24 ore podistica come gara “democratica” che può raccogliere in sé, con pari dignità, tutti i podisti anche quelli lenti, solitamente nella maggior parte delle maratone alquanto bistrattati.

Nel quarto paragrafo ci sono alcuni commenti sulla vigilia della gara, su chi c’è e su chi è ancora atteso.

Nel quinto e nel sesto paragrafo si parla della gara dal momento della partenza alla sua conclusione. In particolare, nel sesto paragrafo, sono contenute alcune considerazioni sul modo in cui ci si trova a gestire il tempo durante una 24 ore podistica (o una gara consimile.]

 

1.

L’evento podistico di Statte, organizzato dall’omonimo Marathon Club (con Angelo Fasanella, nella veste di instancabile patron e Antonio Mazzeo che più volte ha fatto parte della squadra azzurra nei campionati mondiali ed europei 24 ore, in quella di “patrocinatore” e rappresentante ufficiale IUTA) ha raccolto tre diverse gare: la 3^ edizione della 24 ore di corsa su strada, valevole come Campionato Italiano Individuale (con 42 iscritti, ma solo 39 sono stati i partenti), la 2^ 100 km di corsa su strada (con 4 iscritti) e la 2^ Statte Marathon (con circa 35 iscritti).

Statte ubicata nell'hinterland industriale di Taranto, sorge su di un pendio collinare subito alle spalle della fascia costiera dominata dagli impianti dalla Italsider le cui alte strutture geometriche e le ciminiere sempre in attività danno vita ad un panorama desolato e apocalittico un po' da fine del mondo. Statte, tuttavia, si salva dalla contaminazione ambientale, perché con la collocazione elevata, le consente di godere di un clima fresco ed arieggiato sufficiente a tenere lontani i fumi e le polveri degli impianti industriali. Se il vento soffia nella direzione giusta, afferma Angelo Fasanella, si può apprezzare l’odore resinoso dei pini, di cui sono ricchi i pendii dei numerosi piccoli canyon nei margini digradanti delle propaggini meridionali dell’altopiano della Murgia che poi si distende, senza interruzioni, in direzione di Brindisi e del Gargano.

Mentre le prime due gare hanno preso il via alle9.00 del 27.8.2005, il segnale di partenza della maratona è stato dato alle 19.00 dello stesso giorno, con un tempo “formale” di 6 ore per completare la distanza (ma poi non applicato fiscalmente).

Nella fascia oraria clou (quindi dalle 19.00 del 27.8 alle 01.00 del 29.8) si sono trovati contemporaneamente a girare nel circuito completamente chiuso al traffico oltre ottanta podisti.

2.

Teatro della gara è stato un circuito di 700 metri ricavato dall’ampio viale Arena di Verona, prospiciente il Campo Sportivo: un marciapiede centrale fornito di aiuole, suddividendo il piano stradale in due ampie carreggiate, favoriva una naturale delimitazione del circuito (due rettifili di 350 metri, di cui uno in leggera discesa).

A metà circa, l’impianto logistico, il tavolo per rilevazione dei passaggi, le postazioni dei giudici di gara, lo spazio riservato alle tende e alle brandine dei concorrenti.

Il rilevamento dei passaggi è stato facilitato dai microchip della Winning Time.

A differenza di altre 24 ore podistiche, non è stato previsto un periodico cambio di direzione: ma nessuno si è lamentato, malgrado i giri di boa alle due estremità del circuito fossero piuttosto stretti. Peraltro, la brevità del circuito, ha reso la gara più simile ad una 24 ore in pista (in effetti, il circuito di gara è proprio come una pista, ma asfaltata anziché in tartan). In più, ad accrescere la similitudine con il circuito chiuso della pista, vi era il fatto che, nel campo di gara, tutto era a vista: non c’era in alcun momento la possibilità di sentirsi isolati e ci si poteva guardare in continuazione; come nella 24 ore in pista, si configurava la situazione ideale per potere essere contemporaneamente concorrenti e osservatori dell’impresa degli altri.

In fondo, la struttura del campo di gara nella sua essenziale semplicità faceva pensare ad un Circo Massimo in piccolo. Come tutti sanno, il Circo Massimo era una struttura costruita per il divertimento e l'intrattenimento del popolo: la corsa delle bighe, che si svolgeva al suo interno, era – insieme alla lotta dei gladiatori – lo spettacolo più amato. Di questa antichissima struttura (che nei secoli venne successivamente ampliata con successive giustapposizioni), attualmente è possibile vedere un grande prato di forma ellittica (664 m x 124 m) e, subito all’esterno, il perimetro delle gradinate dove prendeva posto il pubblico.

Mio figlio nel vedere il campo di gara in cui avremmo vissuto per un intero giorno della nostra vita mi ha chiesto: "Papà, ma non ci annoia a correre sempre in un circuito così corto?"

Lì per lì non gli ho risposto, anche se ci sarebbe stato molto da commentare: ma sospetto che il mio commento avrebbe avuto per lui delle valenze eccessivamente metafisiche.

L’ho lasciato per una volta con un interrogativo aperto.

3.

Il principio di base di un podista che si impegna in una 24 ore è la capacità di adattamento alla durata, all’insegna del piacere di correre una tipologia di gara che rimanda molto allo sport delle origini in cui non tanto ci si preoccupava del tempo necessario per correre una distanza data, ma piuttosto della distanza che si sarebbe potuta percorrere in un tempo dato.

In una 24 ore (o in una dodici ore, o in una otto ore), nessuno ti mette fretta o ti fa entrare in ansia o ti colpevolizza perché sei “quello che appesantisce l’organizzazione e che impedisce a tutti di andarsene a casa” o che ti fa sentire un reietto (la parola “tapascione” con cui sono stati tenuti a battesimo i podisti lenti, con l’avallo di autorevoli riviste patinate, la dice lunga su quanto costoro siano tenuti da conto).

Insomma, non penso di esagerare se dico che anche un bradipo potrebbe partecipare ad una 24 ore podistica e alla fine della gara sentirsi pienamente soddisfatto della sua prestazione e non come un paria del podismo: ognuno è libero d’interpretare la 24 Ore podistica, a modo proprio.

Sarebbe alquanto grave se i “fondamentalisti” del cronometro escogitassero una regola sadica (che, fortunatamente, al momento non esiste) che è quella dell’andatura “minima” al chilometro da tenere (regola peraltro rigorosamente applicata in certe gare a tappe con “tapponi” di 50-60 km, che comunque sfuggono al circuito delle competitive in senso stretto e che, alcuni anni, fa avevano una certo diffusione nei paesi francofoni).

Mi viene da pensare ad un interessante romanzo di Stephen King, La lunga marcia, in cui si ipotizza un mondo futuro in cui, nel degrado generale, l’unica possibilità di riscatto ed emancipazione per i giovani che vivono chiusi in grandi slum miserabili è la partecipazione ad una corsa attraverso gli States, una corsa continua senza soste (la “lunga marcia”, appunto) nella quale i concorrenti devono alimentarsi con razioni irrisorie fornite dagli organizzatori, tenendosi sempre in movimento, non potendosi mai distendersi a dormire o a riposare e, soprattutto, dovendo tenere un’andatura di base data e mai rallentarsi al disotto di essa. Il racconto è terribilmente crudele ed è un’efficace rappresentazione metaforica di una visone cupa della vita, portata alle estreme conseguenze. Chi non ce la fa a tenere l’andatura prescritta, dopo due ammonimenti, viene giustiziato sul posto da inflessibili sorveglianti armati. Chi partecipa (pur avendo dato alla competizione una sua volontaria adesione, sa che non potrà più uscire vivo dalla gara, se non da vincitore: e il vincitore, trattandosi di una gara ad eliminazione, può essere soltanto uno. Chi decide di ritirarsi, perché non ce la fa più o è preso dalla disperazione, subisce la stessa sorte di quelli che non riescono a tenere il passo: viene passato per le armi.

Si potrebbe dire che quella escogitata dal Re dell’Horror è una gara decisamente “darwiniana” con un’applicazione dei principi fondamentali della lotta per la sopravvivenza, elaborati del fondatore delle dottrine evoluzioniste, rigorosa e assolutamente letterale. Alla fine, nel romanzo, senza soluzioni intermedie, in un confronto che diviene via via più crudele, serrato e senza esclusione di colpi, sopravviverà solo il più forte: ma il vincitore, a quel punto, ha interiorizzato così intensamente il movimento, come strumento di sopravvivenza, che non riesce più a fermarsi e, anche quando la sua vita ormai è salva, continua ad andare incapace di raccogliere il premio che gli spetta.

Per fortuna, non c’è nessuna gara podistica che abbia queste disumane caratteristiche: ma potrebbe esserci in un ipotetico futuro. S. King è abilissimo nello sviluppare sino al paradosso e alla follia elementi che, in embrione, sono rinvenibili nel contesto sociale contemporaneo. Il vero orrore non è quello dei mostri striscianti o degli alieni verdi e schifosi ma piuttosto quello che si annida nelle pieghe del quotidiano e nelle più radicate consuetudini delle relazioni tra persone. È qui che spesso si nascondono, ben mascherate, crudeltà indicibili e orrori senza fine.

Il modo in cui alcune gare amatoriali di lungo corso sono gestite dagli stessi organizzatori rivela un atteggiamento di base che, senza troppa esagerazione si potrebbe definire “fondamentalista” e di scarsa attenzione/rispetto nei confronti dei podisti lenti: si direbbe quasi che, in alcuni casi, venga messo in opera un sforzo “attivo” per esasperarli ed indurli all’auto-esclusione o, in alcuni casi, persino alla preventiva rinuncia. Tale atteggiamento è anche fomentato da personaggi “carismatici” che imbandiscono sul tavolo di questo “fondamentalismo” podistico autentiche e raffinate pillole di saggezza: di cui è ricco, indubbiamente, nella forma di aforismi e pensieri sparsi, il recente libricino di Stefano Baldini (S. Baldini, Con le ali piedi. 42 segreti e 195 consigli per vincere la sfida con se stessi, Mondadori, 2005), in cui si può leggere il seguente enunciato “Un amatore che si rispetti riesce a chiudere la sua fatica in 3h 30’” (al “5° km” che è poi il quinto capitolo); una frase piuttosto discutibile (e di cattivo gusto), perché, aprendo la via alle discriminazioni, lascerebbe intendere che chi impiega un tempo superiore a quello fissato da Baldini, nella maratona non dovrebbe mettercisi nemmeno e che, in ogni caso, non è un amatore “rispettabile”. Una proposizione doppiamente grave perché introduce anche una sorta di “giudizio” discriminante tra chi è un buon amatore e chi non lo è, tra chi è “adeguato” per la sfida di Maratona e chi non lo è.

Affermazione discutibile? Beh! Anche trovando un accordo sulla sua intrinseca discutibilità, se lo dice Baldini, dall’alto del suo podio olimpico, qualcuno potrebbe anche credergli e sentirsi autorizzato a ripetere le sue affermazioni a pappagallo, lanciando anatemi ed invettive contro i podisti lenti. Le parole non sono mai innocue, neutre, e possono diventare, con le loro implicazioni, potenti strumenti di discriminazione, soprattutto quando con esse si fornisce una sorta di alibi razionale al processo di emarginazione di un’intera categoria di individui. Chi le usa in un certo modo dall’alto della sua “cattedra” carismatica, deve sentirsi responsabile dell’effetto distorto che possono ingenerare.

Se si volessero prendere alla lettera le parole di Baldini, cosa potrebbe succedere a quegli amatori che non hanno le ali a piedi? Li eliminiamo? Boicottiamo la loro partecipazione agli eventi podistici di lunga lena? Gli rendiamo la vita difficile? Li umiliamo, trovando per designarli i più fantasiosi appellativi? Li denigriamo perché con la loro presenza sono la zavorra delle maratone?

Fortunatamente, la 24 ore non ha regole crudeli come quelle escogitate da S. King per i suoi marciatori e nemmeno presenta elementi discriminanti di sorta tra podisti “adeguati” e podisti “non adeguati”: il bello della 24 ore è proprio il fatto che, democraticamente, accoglie tutti, senza discriminazione e che ciascuno, in questo tipo di evento, può realizzare una performance commisurata alle proprie risorse oppure ponendosi i propri personali obiettivi “sostenibili”.

Le maratone, invece, come pure altre gare podistiche extra-lunghe – con le dovute eccezioni – risentono di questo clima: come ho già scritto altrove, è palpabile una continua spinta inflazionistica delle prestazione amatoriali verso l’alto e sono ben pochi i podisti lenti ancora capaci di sopravvivere a questo clima (inevitabilmente) intimidatorio.

Tanti non ci si mettono nemmeno a sperimentarsi nella maratona perché hanno fortemente interiorizzato l’immagine di sé come podista non “adeguato”, non all’altezza della situazione, mentre dall’altro lato premono gli “esperti” che offrono la loro competenza (ovviamente, a pagamento) agli amatori che vogliono sentirsi “adeguati” e dunque includibili nel range della baldiniana “rispettabilità”.

Ma dove stiamo andando? In quali miserie siamo già finiti?

Domande che lascio aperte, desideroso di attivare un dibattito su questi temi.

[Questo paragrafo è comparso in Podisti.Net – Internet Runners’ Magazine & Community, con il titolo: Il maratoneta lento: una specie in via d’estinzione? Rispetto al testo originario sono state apportate alcune modifiche]

 

4.

Alla vigilia della gara, quando ci si presenta per ritirare il pettorale e il pacco gara, già si vedono molti dei soliti "noti": ovviamente presente all'appello Marina Mocellin, instancabile come sempre. Della squadra azzura maschile 24 ore su strada che si è di recente distinta al Campionato del Mondo ed Europeo sono attesi inoltre Antonio Mazzeo, Gastone Barichello e Vincenzo Tarascio.

Accanto ai “veterani” di tante battaglie, molti sono pure gli esordienti: alcuni neofiti, come ad esempio la simpatica Paola Noris da Novara, non hanno mai corso nemmeno la distanza dei 100 km e quindi domani saranno pure al loro battesimo di una 100 km (beninteso se riusciranno ad arrivare a coprire questa distanza).

Particolarmente numerosi i siciliani: oltre al gruppetto palermitano (nella cui compagine erano ben tre le società podistiche rappresentate), sono anche presenti due runner del Track Club Caltanissetta.

Per la mattina di Sabato sono attesi tutti i podisti che provengono da località più vicine e che, pertanto, si possono consentire il lusso di viaggiare la mattina presto: tra questi sono attesi da Barletta i coniugi Rizzitelli, anche se soltanto Angela Gargano parteciperà alla 24 ore, mentre Michele che, avendone avuta la possibilità, ha preferito optare per la Maratona, occuperà il resto del tempo nella lettura di un poderoso tomo sulla Storia d’Italia; e ovviamente Nunzia Patruno (come sempre accompagnata dal marito) da Canosa di Puglia.

Ma, come si è visto poi, il blocco stradale predisposto dagli agricoltori pugliesi ha impedito ad alcuni di arrivare in tempo utile per la partenza della 24 ore podistica: Massimo Faleo che si è presentato con alcune ore di ritardo ha dovuto ripiegare sulla partecipazione alla maratona, perché i Giudici di Gara non gli hanno consentito di entrare in lizza a 24 ore già iniziata.

 

5.

Il sabato, già presto, si comprende che le condizioni climatiche sono eccellenti per una giornata al mare e per chi è assillato dall’esigenza di realizzare una buona abbronzatura o di rifinirla, decisamente meno buone ai fini della partecipazione alla 24 ore.

Alcuni, per prevenire scottature ed insolazioni, si sono cosparsi le parti del corpo più esposte alla canicola di pomate solari ed unguenti vari, con coefficiente di protezione solare “1000”. Ad inizio gara, alcuni sembravano indossare pesanti maschere di cera, tanto ci avevano dato sotto con questi prodotti. Molti indossavano copricapo di foggia strana e degni della Legione Straniera.

La temperatura nel corso della giornata ha raggiunto picchi piuttosto elevati: in alcuni momenti anche 37°, tanto che alcuni hanno presentato leggeri sintomi di insolazione. Assolutamente benefico l’impianto di nebulizzazione predisposto a metà circa del circuito.

Il posto di ristoro ha funzionato in modo eccellente: sia per le bevande, sia per gli alimenti cibi solidi e zuccherini (prevalentemente uva e anguria, ma anche “grisella” con il pomodoro e l’olio). Ottima pasta con le cozze attorno alle 14.00 (e poi di nuovo dopo la mezzanotte) o, in alternativa del riso insalata o della pasta in bianco condita con olio, per chi la preferiva.

Al mattino del 28 Agosto, dalle 7.00 in avanti, cornetti caldi per tutti.

Non è mancato il caffé caldo, particolarmente gradito durante le ore notturne e preparato da una certa ora in avanti in grandi quantità in caffettiere reggimentali.

Alla partenza il sole picchiava già forte e il caldo era già abbastanza insopportabile.

Al segnale dello start ci siamo avviati lentamente con una corsa lenta e cadenzata, ma subito sgranandoci…

6.

L’obiettivo fondamentale di una 24 ore è superare le prime dodici di gare e soprattutto, in questa circostanza, uscire indenne dalle ore di maggiore caldo.

La maggior parte di noi è stata aiutata dall’impianto artigianale di nebulizzazione dell’acqua: ad ogni passaggio, era un autentico sollievo passare attraverso la nube di sottile pioggerella e sentirsi inumiditi, ma non inzuppati, pronti a reggere per un altro giro.

Il circuito: alcuni mi hanno chiesto stupiti “Ma come si fa a girare così a lungo sempre nello stesso circuito e per giunta così corto?”

La risposta è semplicissima ma – nello stesso tempo – mi rendo conto incomprensibile per chi non ha fatto la stessa esperienza. Il fatto è che – come accade anche per la 24 ore in pista – semplicemente, dopo un po’ ci si adatta e non si pensa più di stare a girare su di un circuito (l’idea del circuito, dopo i primi giri, svanisce rapidamente e non è più assillante; ciò che conta è la strada che si percorre).

Si pensa ad altro, ci si immerge nei propri pensieri, si osserva ciò che capita agli altri, ci si affianca o si è affiancati per periodi di tempo più o meno lunghi, si procede assieme con questi compagni di strada, chiacchierando oppure stando in silenzio, poi di nuovo ci si separa per ricongiungersi di nuovo dopo altro tempo (come accade nei pellegrinaggi, ad esempio, in cui quelli che sono partiti nello stesso giorno, bene o male si ritrovano assieme).

Ed intanto si gira, le gambe vanno e i chilometri si accumulano: ma non bisogna pensare ai giri fatti, non ci si deve lasciare catturare dall’ossessione per il loro conteggio, perché allora, veramente, c’è il rischio di andare fuori di testa e di non farcela più.

Le ore del giorno passano, articolate in una sequenza di micro-cicli che ciascuno si costruisce da sé sulla base delle proprie personali esigenze e che, a loro volta, compongono dei macro-cicli.

Per esempio: uno può decidere di fare tre giri di corsa di seguito, per poi fermarsi al posto di ristoro per mangiare qualcosa e per dissetarsi: dunque, la combinazione “tre giri+breve sosta” vengono a comporre un micro-ciclo (che può anche essere, giusto per fare un altro esempio: tre giri correndo e uno camminando più una sosta per alimentarsi), ma le possibilità combinatorie sono pressoché infinite e sarebbe tedioso provare a descriverle.

Tanti micro-cicli si compongono in un macro-ciclo che può essere dato dal fatto che un podista, per esempio, decide di fare un riposo più lungo, sedendosi - o distendendosi - ogni quattro ore; oppure un macro-ciclo potrebbe essere scandito dal raggiungimento di obiettivi intermedi (per esempio il 25° km, oppure il 50° etc).

In altri termini, ogni macro-ciclo si struttura attraverso l’inserzione di vere e proprie “cesure” che vengono a suddividere il tempo totale in frazioni più piccole. Il frazionamento dell’arco di tempo totale in cui dovrà svilupparsi la gara in segmenti temporali più piccoli può essere di molto aiuto nel sostenere la fatica, e soprattutto nella resistenza alla durata.

L’identificazione di macro-cicli, scomponibili a loro volta in micro-cicli, tra l’altro può essere utile per ragionare a posteriori sull’andamento della propria performance e per introdurre in essa – eventualmente – dei miglioramenti.

Questo tipo di costruzione è in larga parte spontanea e soggettiva: non è possibile dare delle regole generali, poiché ciascuno tende a trovare spontaneamente quello che per se stesso è l’equilibrio migliore. In più, all’aspetto soggettivo, si aggiungono dei segna-tempo “oggettivi” più specificatamente legati in modo all’impianto organizzativo. Per esempio, dei segna-tempo naturali sono dati dall’esposizione delle graduatorie parziali allo scadere di ogni ora e i momenti in cui l’organizzazione provvede alla distribuzione di un piatto di pasta.

Non si ha più la sensazione di aver davanti un tempo enorme da superare. Si elide, in altri termini, la domanda angosciante: Come farò a resistere in gara per 24 ore?). Altra cosa è concentrarsi e affaccendarsi per le prossime due ore, facendo recedere sullo sfondo tutte le altre ore non ancora trascorse. Ciò che conta è il modo in cui si affronta il momento presente, l’hic et nunc.

Quindi, adattando la propria mente su questo particolare registro di percezione del tempo, succede che le ore volano via senza che ci si accorga di nulla.

Il principio fondante di una 24 ore podistica (e di altre gare consimili) è l’applicazione letterale del comportamento della industriosa formichina: così come la formica laboriosa accumula scorte di cibo per l’inverno, così in questo tipo di gara podistica bisogna accumulare i chilometri, anche pian piano, senza fretta. Chi è stato regolare, alla fine sarà premiato e si troverà a fine gara con un bel gruzzolo di chilometri.

Chi ha perso tempo, chi ha indugiato, chi si è fermato a lungo a riposare, ne avrà fatti di meno: affermazione degna di Monsieur De Lapalisse? Non poi così tanto: sono di quelle cose che è facile dire ma ben più difficile mettere in atto.

Si può affermare sicuramente che, nella 24 ore, un obiettivo più che “decoroso” è quello del superamento del giro di boa dei primi 100 km, con un po’ di anticipo sull’orario di conclusione della gara: se si riesce a fare qualcosa in più tanto meglio. Credo che questa, oggettivamente, sia da considerarsi una meta alla portata della maggior parte dei podisti: e non c’è bisogno di essere dei Superman per conquistarla.

Per chi, invece, desidera potere raggiungere una buona posizione in classifica invece l’obiettivo prioritario dovrebbe essere quello di arrivare ai 100 km nelle prime 12-14 ore di gara: poi tutto il resto del tempo è in discesa e serve ad accumulare chilometri.

Ragionando in questi termini una 24 ore non può mai essere troppo stressante mentalmente: anzi, ai più consente di realizzare degli stati mentali di grande rilassatezza e di possibile apertura verso stati modificati della coscienza, che possono consentire di scoprire delle cose su se stessi, di compiere delle riflessioni nuove ed originali sul mondo, di approfondire nuove relazioni con altri podisti che, per tempi più o meno lunghi, diventano i nostri compagni di strada (e di viaggio) nella condivisione di un’esperienza forte ed intensa in cui dominano valori di grande solidarietà

Così, ciascuno rispettando i propri individuali micro- e macro-cicli, siamo arrivati alla notte, addentrandoci nel suo mistero e nel suo fascino, con una volta di stelle incombente su di noi, nella quale si distingueva bene Orione, il cacciatore solitario.

La notte è un sollievo, la notte è balsamica.

Adesso, si tratta soltanto di far passare le ore, cercando di non lasciarsi vincere dal sonno. Su questo punto c’è un accordo generale: bisogna evitare di lasciarsi vincere dal sonno: ma non tutti ci riescono in eguale misura; mentre alcuni continuano con passo insonne oppure camminando quasi-dormendo, altri si abbandonano agli ozi, disatendosi sulle brandine.

In ogni caso, è sempre megio “prevenire” anziché crollare a terra esausti: se si “previene” si riesce a dormire anche per 5 o 10 minuti, traendone giovamento, senza però crollare in un sonno profondo dal quale non ci riesce più a riscuotere, con tutta una serie di problemi metabolici che ne scaturiscono (quali ad esempio l’inevitabile rallentamento del metabolismo di base che poi è difficile riportare rapidamente ai livelli necessari per riprendere e mantenere il cammino).

Ma questa volta, riposo o non riposo, siamo tutti un po’ indietro rispetto agli importi chilometrici realizzati in passate occasioni. Anche i più bravi denunciano questo “rallentamento” che, in parte, si spiega con il gran caldo delle ore precedenti ma anche con le asperità del fondo stradale (e con il fatto che quasi tutti hanno presto cominciato a soffrire di vesciche ai piedi).

La notte è stata benefica e dolce: non ci ha fatto soffrire il freddo, non c’è stata la necessità di indossare indumenti più pesanti: come ombre incerte, abbiamo continuato a procedere lungo il circuito. Avanti in una direzione, giro di boa, avanti nella direzione opposta, giro di boa e così all’infinito.

L’animazione musicale prima semplicemente ridotta di volume, viene sospesa del tutto. Le conversazioni si fanno smorzate, l’atmosfera sonnolenta; i lampioni gialli dell’illuminazione stradale alla periferia del circuito rendono surreale la teoria dei podisti frammentata che continuamente, senza alcuna regola, presenta addensamenti e rarefazioni, mentre la zona dei servizi è rischiarata con luce cruda da faretti appositamente predisposti.

Di notte, praticamente tutti camminano, compresi i primi: Barichello e Tarascio, anche loro camminanti, tatticamente si controllano a vicenda, perché sinora hanno realizzato lo stesso importo chilometrico; appena uno dei due si fermerà per una qualsiasi esigenza, l’altro scatterà a correre per avvantaggiarsi; cosa che puntualmente poi avviene.

Ogni tanto qualcuno si defilava: per un riposo veloce, magari esortando il suo occasionale compagni di strada “Svegliami quando completi il prossimo giro!”; oppure per la necessaria manutenzione delle vesciche ai piedi; o, ancora, per altre esigenze corporali non dilazionabili; benché fosse stato predisposto un water chimico, la maggior parte degli uomini ha preferito utilizzare gli spazi aperti, avendo adocchiato ai margini del circuito, un luogo idoneo, identificato con un rigoglioso Fico, circondato da una fitta crescita di polloni attorno al tronco principale, che è stato gettonatissimo per queste impellenti “bisogne”.
Le donne che, invece, non avevano libertà di scelta (c’è un film in circolazione in questi giorni tutto centrato sulla differenza tra uomini e donne, e icasticamente intitolato “Venti centimetri”) erano sempre costrette a ripiegare sul water chimico, peraltro ospitato all’interno di una cabina ampia e confortevole…

Mi dispiace dirlo, perché le donne presenti si sentiranno escluse da questa mia affermazione, ma, mai e poi mai, ci fu poesia fu più grande nel liberarsi la vescica all’ombra di un albero imponente e respirando nella brezza l’odore resinoso dei pini….

Ogni volta che si vedeva qualcuno riemergere furtivo dal denso cono d’ombra del Fico in questione, veniva spontaneo fantasticare che il giorno dopo il povero albero si sarebbe afflosciato per l’eccesso di ammoniaca e di azoto ricevuto nelle ore precedenti…

Poi è sorta la luna: una falce gialla ancora non troppo sottile, ma decisamente calante. Quando l’abbiamo vista sorgere per iniziare il suo cammino nella volta del cielo, eravamo già prossimi all’alba.

Poi, ancora dopo, un debole baluginare di luce ad Est, senza che questa volta (rispetto a miei esperienze altrove) si fossero sentiti i primi richiami del “classico” gallo che, ancora ad orari antelucani, “sente” l’arrivo del sole e della luce prima che si palesino. Forse, nelle adiacenze del circuito di gare non c’erano aziende agricole, essendo troppo inurbata la periferia di Statte per poterci regalare l’invisibile presenza di questo elegante “messaggero” della luce.

Niente canti di gallo dunque ad annunciare l’alba, quel momento veloce e rapidamente transeunte “tra il lusco e il brusco”: dopo averne visto il primo biancheggiare, già al giro successivo c’era più luce e cominciavano a stagliarsi come degli scenari di un grande teatro naturale, gli alberi e la cortina di edifici alle loro spalle. Poi, il campo di gara è stato invaso da una luce piena, un po’ abbacinante, ma ancora senza sole: infine, il sole si è levato e i suoi raggi hanno preso a lambirci, preannunciando per le ore successive una grande canicola; ma ormai non ci importava più, sapevamo che tra poco saremmo arrivati alla fine della nostra fatica.

Con il sorgere del sole il campo di gara, torpido e sonnolento sino a poco prima si è riattivato: persino il pupazzo gonfiabile che, con le sue incessanti contorsioni da folle, ci aveva allietato durante le ore di luce del giorno prima e che, attorno a mezzanotte, era stato messo a dormire, ridotto ad una spoglia triste e vuota sull’erba dell’aiuola centrale, è stato riattivato con il semplice clic di un interruttore: quindi, di nuovo, ogni volta che sfilavamo accanto a lui vigoroso ed instancabile nell’imprevedibile sequenza dei suoi movimenti a scatti, accompagnati da sibili soffi e schiocchi, avevamo la sensazione di attraversare una piccola tempesta di vento.

Attorno alle 7.00, come ho già detto, sono arrivati i cornetti caldi ed è stata benvenuta l’ennesima maxi-caffettiera preparata dagli addetti al ristoro.

È con sollievo che ci siamo preparati a far scorrere le ultime ore di gara: in contemporanea, c’era però una sensazione strana fatta di un misto di rammarico e dispiacere per essere ormai prossimi alla fine di un’esperienza estremamente intensa e vicini al momento del commiato da tutti quelli con cui tale esperienza si è condivisa.

In effetti, la 24 ore podistica è anche questo: un punto nello spazio e nel tempo in cui si intersecano, intrecciandosi, le storie e i destini di molte persone che si trovano a vivere tutte insieme per lo stesso arco di tempo le stesse identiche esperienze, costruendo – limitatamente alla durata della gara - delle relazioni intense fatte di racconti anche molto intimi, di ricordi che emergono inaspettatamente e che, a dispetto di qualsiasi riservatezza, si ha voglia di condividere, così come vengono - senza alcun pudore - con i nostri compagni di strada, di affetti che nascono immediati e si sviluppano, di sentimenti delicati derivanti dalla consapevolezza della solidarietà che prende corpo in manifestazioni di reciproca sollecitudine.

Arrivare alla fine di una gara così, significa anche doversi confrontare con il momento del commiato e dell’abbandono di un’intensità di comunicazione che, in alcuni casi, non ha l’eguale nelle condizioni di vita ordinarie.

Quindi, come per tutte le cose che finiscono e che muoiono, c’è dispiacere, c’è una punta di tristezza; c’è rimpianto.

Ma poi, per alcuni c’è anche il sollievo di sapere (o di desiderare) che ci si potrà riincontrare ancora una volta; il conforto del pensiero che, di nuovo, anche se solo per un breve arco di tempo, si potrà ancora essere compagni di strada.

Allo scadere del penultimo minuto del nostro tempo ci viene dato un avviso: Manca un minuto alla fine! (L’ultimo micro-ciclo è arrivato!) Tutti, eccitati, malgrado la stanchezza prendono a correre in una sorta di convulso rush finale. Allo scadere dell’ultimo minuto della 24^ ora un nuovo segnale ci avvisa di fermarci.

Ci stoppiamo all’unisono, mettendoci quasi tutti a sedere nel punto in cui siamo arrivati in attesa della misurazione precisa delle ultime decine di metri percorsi.

È fatta, è fatta!

Adesso dopo una doccia corroborante, ci attendono le premiazioni (e saranno premiati un po’ tutti), gli ultimi commiati e il viaggio di ritorno.

È finita così questa esperienza e la possiamo archiviare nei nostri personali – preziosi - ricordi di corsa, anche se ancora non può dirsi finita proprio del tutto.

L’esperienza della corsa, di una qualsiasi gara podistica che ci porta in giro per il mondo, comprende sempre inevitabilmente, collegate in un tutt’uno, anche quella del viaggio per raggiungere il luogo della gara e per far ritorno: ed in questo senso rappresenta dunque una forma di meravigliosa avventura.

7.

Nella 24 ore di Stattei Siciliani sono stati rappresentati in maniera cospicua.

6 su trentanove partenti significa quasi il 17% del totale degli atleti impegnati in gara!

Dei sei presenti, ben tre erano esordienti su questa tipologia di gara.

Di questi tre, due – per quanto riguarda le distanza extra-lunghe – avevano esordito con la 100 km Trapani-Palermo. Uno invece era un esordiente “puro”.

Ciò è sicuramente un indicatore significativo del fatto che la cultura della partecipazione alle gare di “durata” in Sicilia è in crescita e che la 100 km Trapani-Palermo del Febbraio 2005 ha rappresentato sotto questo profilo un potente stimolo culturale (anche se soltanto in pochi vi hanno partecipato): ma queste cose crescono nel tempo con una loro inerzia. È necessario che ci siano alcuni che facciano da battistrada, ma a condizione che non appartengano alla categoria dei “lupi solitari”, ma piuttosto di quella degli individui che, nel loro contesto, abbiano una funzione di “opinion leader”.

Ecco l’elenco dei Siciliani che hanno gareggiato nella 24 ore di Statte, con i relativi risultati.

 

Atleta

Società sportiva

Giri

Distanza

Posizione assoluta

Per categoria

Fabio Raccuglia

A.S. Universitas Palermo

180

126 km 8m

19° class.to

1° cat. M40

Vincenzo Cordovana

A.S. Marathon Club Palermo

161

112 km 860m

26° class.to

 

Maurizio Crispi

A.S.D. H13.30 Palermo

147

103 km 50m

30° class.to

2° cat.a M55

alogero Arcadipane

Track Club Caltanissetta

134

93 km 800 metri

33° class.to

2° cat. M40

Salvatore Barbera

Track Club Caltanissetta

127

89 km 550 metri

34° class.to

3° cat. M40

Maurizio Bondì

A.S. Marathon Club Palermo

96

67 km 200

38° class.to

 

 

Palermo, il 6.09.2005

 

(Maurizio Crispi)