Maratonina di Pistoia 19 marzo 2006
Filippo Castiglia
 
Che piove ce ne accorgiamo solo quando siamo già pronti, sul portone. Sono le 7.30 di domenica mattina, se ci fossimo accorti che pioveva forse saremmo rimasti sotto le coperte. Ma ormai siamo pronti e quindi via, alla volta di Pistoia.
Arriviamo dopo un’oretta di auto, in autostrada piove a tratti, ma nella capitale dei vivai, il cielo è solamente velato.
Dal casello alla partenza della gara i segnali dell’organizzazione sono a prova di straniero timido. Sono le nove ci siamo iscritti, io alla ventuno, la rossa alla dieci km, il Luc non ha bisogno di iscrizione.
Appena fuori Pistoia, nella zona industriale, nome temibile, ma si tratta di un viale ampio con alcuni edifici che ospitano attività artigianali e appena dietro i vivai. Non c’è vento, l’aria è fresca, io sono in pantaloncini e canottiera, mi riscaldo, mentre Luc dalla sua posizione di cane è confuso: troppe gambe, troppa gente. Quando mi dileguo per entrare nella gabbia della gara competitiva ci resta male. Il suo piccolo branco si è diviso senza che ne abbia il controllo. La Rossa lo porta in fondo al gruppo della 10 km dove c’è meno gente e potrà trotterellare senza guinzaglio. Quello che avrà di sicuro pensato quando ha sentito il rumore di cappotti al mattino presto, rumore di passeggiata!
I pacemaker si fanno scattare le foto, parlano, scherzano, come i più ma dopo lo sparo, poche chiacchiere, si fa sul serio. Entriamo in città attraverso una porta tra le mura alte e grigie. Si corre tra molte curve e brevi saliscendi, tra palazzi patrizi e poi la piazza da dove si parte per l’Abetone.
Non ci sono quasi auto, ma alcuni infidi paletti, maligni cordoli di aiuole e spartitraffico richiedono attenzione e caviglia reattiva. I cartelli dei chilometri fanno capire che si faranno due giri dello stesso percorso due volte. Parto ben cosciente che non devo evitare qualunque sbrasata, ragionare. Si corre prima con la testa e poi con le gambe. Raggiungo subito il gruppo dell’ora e trenta. Starò in gruppo, ho deciso, dietro i tre pacemaker. Due settimane fa ho pagato una partenza troppo veloce, sarà meglio aspettare fino al 16°. Al 4° sono tentato di allungare, gli allenamenti di qualità hanno dato brillantezza, ma mi convinco di aspettare.
Al 10° il quadricipite sx si indurisce leggermente, la corsa si fa legnosa. Resto incollato a gruppo e cerco di rilassarmi, di respirare, di concentrarmi sulla tecnica di corsa. Ma anche di distrarmi dalla fatica, chiedo quasi inascoltato il sostegno il sostegno del pubblico. Si passa dal traguardo, è il primo giro. Mi sento bene, ma devo aspettare il 16°, allora cercherò di cambiare passo. Incredibile proprio al 16° un cartellone pubblicitario recita: E’ ORA DI CAMBIARE. E’ un segno! E’ proprio ora, faccio segno ad un podista cinquantenne che mi risponde con un sorriso, un po’ forzato per via della corsa.
Allungo un po’, e guadagno qualche metro dal gruppo. La salitella per arrivare in piazza, mi segnala una buona risposta muscolare. Continuo a quel passo, senza strappi. Ecco il rettilineo finale. Diciannovesimo km, vengo affiancato da due podisti, mi incitano restare con loro che stanno aumentando il ritmo, mi accodo. Ma appena cerco di allungare ancora il diaframma cerca spazio, dove non ce n’è. Tranquillo, respiro, rallento di un’inezia quella che basta per arrivare tranquillo. Ecco la Rossa, che insieme al Luc ha completato in percorso non agonistico, la chiamo mi scatta un paio di foto (diapositive, per lo sviluppo attenderò), sorrido. Ultimi 200 metri in scioltezza 1h 28’ 57. Quasi due minuti meno della Roma Ostia, questa volta in testa spesso girava questa milonga.