Ermanno e la Marathon des Sables

La 22° edizione della Marathon des Sables, una corsa a piedi nel Sahara sud marocchino in autosufficienza alimentare su una distanza di 220 km circa, si è svolta dal 25 al 31 marzo del 2007.

“Autosufficienza” significa che devi portare tutto l’occorrente per sopravvivere (e correre!) una settimana intera: zaino, sacco a pelo, kit sopravvivenza, vestiario, cibo. Insomma: tutto fuorché  l’acqua che invece è razionata ma fornita dall’Organizzazione. Ma come può venir in mente a qualcuno di partecipare ad una gara simile? Ho vissuto con entusiasmo le due precedenti edizioni davanti al pc di casa, credendo di capire quanto succedesse ai miei compagni di squadra, Luisa, Mimmo e Ferdinando e maturando sempre più l’aspirazione di potervi prender parte. Ma quale motivazione mi ha portato a partecipare? Semplice: una sfida con me stesso. Questa è la gara che da molti  è definita la corsa in autosufficienza a tappe più difficile al mondo.

A luglio 2006 stabilisco di partecipare e nel comunicare questa decisione,  registro le reazioni più disparate: ammirazione, sconforto, incredulità, gioia, critiche e perfino dubbi sulla mia sanità mentale! Quindi tento di organizzarmi al meglio curando la preparazione fisica e la logistica; fin da febbraio comincio a controllare anche l’alimentazione e l’integrazione (è stato indispensabile poiché negli ultimi mesi la preparazione fisica prevedeva una percorrenza mensile di corsa tra i 400 e i 500 km). Nell’ultimo mese avvilisco Luisa cercando consigli e trucchi e riesco a mettere a punto la lista di oggetti e alimentazione da portare; l’obiettivo è quello di contenere il peso iniziale eliminando quanto non indispensabile.  Alla fine il peso risulta comunque da incubo: poco più di kg. 9! Quanto avrei desiderato uno zaino più piccolo…Sono consapevole del fatto che la MdS è una corsa di gestione. Dovrò gestire lo sforzo, l’alimentazione e l’acqua durante tutta una settimana. È una prova sportiva difficile, si svolge in un periodo nel quale la temperatura può raggiungere anche i 50 gradi e di notte scendere anche fino a 5. Pertanto, l'organismo nell'insieme è messo a dura prova. Ho corso delle maratone nel passato e fin dal momento d’inizio della preparazione tutti i pensieri – nel tempo libero – sono per la gara; qui non è diverso: il tutto è più amplificato. Negli ultimi mesi i miei pensieri sono rivolti  in modo permanente al bivacco e allo zaino: non è una sensazione sgradevole, è semplicemente un pensiero onnipresente! E sono certo che nulla cambierà fino al momento della partenza. Tutto ciò fa parte di quest’avventura nel deserto. Vivrò un grande momento della mia vita e ne sono già appagato!

 

 

Ecco il racconto di questi giorni:

 

Giovedì 22 marzo -  sveglia alle 3:30 perché alle 4:35 passerà a prendermi Totò Balsamo (uno dei tanti fratelli di Luisa) che è stato “sorteggiato” per il trasporto in aeroporto. Qui cominciano i primi contrattempi: al controllo bagagli un addetto è irremovibile e sequestra a Luisa i due bidoncini di plastica per il rifornimento durante la corsa e  che solitamente si ripongono sugli spallacci dello zaino. Il volo per Malpensa è regolare e appena arrivati ci raggiunge l’amico Daniele Sparpaglioni, altro veterano-folcloristico della MdS, e quindi tutti gli altri italiani ed il simpaticissimo Marco Gazzola, svizzero del Canton Ticino il quale, come il sottoscritto, ha portato con sé alcune scatole contenenti  penne biro e matite colorate da consegnare all’Organizzazione perché poi le ridistribuisca ai bambini marocchini. Dopo le operazioni di ceck-in compriamo una pizza in attesa di imbarcarci alle 13:15 alla volta di Casablanca. Un paio d’ore dopo stiamo sorvolando lo stretto di Gibilterra e quindi atterriamo a Casablanca dove abbiamo il primo impatto con il Marocco e i suoi profumi. Immancabile il the alla menta,  servito nei famosi piccoli bicchieri in vetro decorati mano, e zuccherato come nessuno oserebbe in Italia! Proseguiamo verso Ouarzazate a bordo di un ATR Colibrì dove arriviamo, dopo un bel volo “movimentato”. A cena in un piccolo ristorante locale e quindi dopo una breve passeggiata andiamo a riposare perché il giorno successivo ci attende una bella tappa di trasferimento in pullman.

 

Venerdì 23 marzo -  sveglia alle 6:30, colazione e successivo transfert in pullman verso Merzouga. Lungo il tragitto comincio a rendermi conto che il pudore non alberga in tutti allo stesso modo…Arrivati in prossimità del bivacco, ci trasferiscono su camion militari scoperti e comincio a rendermi conto di cosa sono polvere, vento e sabbia: tre elementi dai quali non mi separerò per i successivi 8 giorni. Ci viene assegnata la tenda n. 10 che fortunatamente è vicina alla n.1 – tradizionalmente destinata ai fortissimi marocchini – e che viene montata sempre vicino al traguardo e che quindi consente agli occupanti di non dover camminare per centinaia di metri in più per qualsiasi operazione si voglia effettuare, come il rifornimento d’acqua, il recarsi all’infermeria, alla tenda delle telecomunicazioni o a quella dei commissari di bivacco. Ho osservato i veterani: stanno fermi il più possibile, non compiono movimenti inutili, non stanno in coda se non lo stretto necessario, economizzano le forze al massimo. Tutto questo permette loro un risparmio energetico che poi utilizzano per un’andatura  più veloce in gara! Ci sistemiamo (termine eufemistico che indica l’appropriarsi di uno spazio dove riporre il proprio materassino e il proprio zaino) e subito la prima delle tante file che farò, in attesa della cena. Ritornato in tenda scopro che il materassino non  riesce a dare sollievo alla mia schiena. Vi chiederete il perché; ecco la spiegazione: il materassino deve pesare il meno possibile e quindi è spesso solo qualche millimetro; in più se ti capita qualche pietra, sotto la schiena, che per volume e posizionamento non può essere rimossa, puoi solo spostarti fuori dalla tenda…Ecco il battesimo del dormiveglia! Mi prendono in giro i miei compagni, ma vi assicuro che la mia sensazione è stata quella di aver sonnecchiato in dormiveglia per tutta la durata della gara! Giovanni dà il meglio di sé russando beatamente tutta la notte; vani i tentativi di farlo smettere: dai classici colpetti sulla spalla ai versi che imitano gli animali più disparati!

 

Sabato 24 marzo -  sveglia alle prime luci dell’alba, alle 5:30; ancora una fila per il ritiro dell’acqua (lt. 4,5 per tutto il giorno) e successivi controlli amministrativi che riguardano la composizione dello zaino (per il materiale obbligatorio e per il totale delle calorie contenute dai cibi che ci permetteranno di sopravvivere per i successivi 7 giorni) e la consegna del certificato medico e dell’originale dell’elettrocardiogramma a riposo e dopo sforzo. Fortunatamente per il materiale e le calorie possiamo presentare una autocertificazione (chiamata dai francesi dichiarazione d’onore) e quindi le operazioni sono abbastanza poco noiose. Se tutto è a posto ti viene consegnato il razzo di segnalazione, una bustina con delle pillole di sale e due pettorali di gara da apporre sul petto e sul retro dello zaino. Parecchi dubbi vengono sollevati sulla composizione dello zaino di Luisa: è troppo leggero e secondo i controllori contiene meno delle 14.000 Kcal: probabilmente non si sbagliano…

Ci sono più di 30 ° ma è un caldo secco e piccole raffiche di vento che rendono la temperatura accettabile. Sono alla mia prima esperienza e quindi in ansia per quanto mi succederà il giorno successivo; gli “anziani” ostentano una calma da far invidia! La giornata prosegue con riposo e gli ultimi accorgimenti per bilanciare lo zaino e ricontrollare la sua composizione. L’atmosfera in tenda è sempre più piacevole e lo stare insieme si rivela rilassante e a tratti anche divertente. Ho visto gente di tutti i colori, il gruppo internazionale comprende atleti di oltre 30 nazionalità che vanno dal Marocco alla Malesia passando per il Senegal, la Nuova Zelanda o il Venezuela. Maggioranza di concorrenti francesi seguita dai britannici. Questa sera gusteremo il nostro ultimo vero pasto prima di passare in autosufficienza alimentare e cominciare la gara.

 

Domenica 25 marzo - è il grande giorno: parte la prima tappa! C’è stato freddo nella notte;i miei compagni affermano di aver patito la temperatura: sarà perché i loro hanno dormito in quelli che “una volta” erano sacchi a pelo (ormai utilizzati in tante edizioni sono imbottiti del 50% delle piume, ma hanno il vantaggio di pesar meno…). Partiti! Circa 4 Km di percorso pietroso in pianura conducono il gruppo fino ad un ponte sull’acqua. Poco km più avanti, il primo CP (Check-Point) dove un addetto al controllo punzona il tuo cartellino e ti consegna una bottiglia d’acqua che servirà, come carburante, per raggiungere il successivo C.P. Ci sono 38° ed una brezza leggera, ecco la  prima serie di dunette ed un ampia pianura di pietre nere fino al CP 2 - al Km 20 – che è situato in cima a una montagna con una vista eccezionale su due valli. Al km 26.5, attraversiamo  una pianura sabbiosa che ci permette di vedere il 2° bivacco situato nell’oued Rheris. Percorso lungo Km 29,3 nel quale non deludo coloro i quali mi hanno soprannominato “la zecca”: resto attaccato al Principe (che ha grandi colpe per avermi incastrato in quest’avventura) e non lo mollo neanche per un attimo. Alla fine totalizziamo un tempo di 3:22 circa e ci classifichiamo rispettivamente 57° e 58°.  Memore dei preziosi consigli di Luisa, corro in infermeria a racimolare Eosina (una sorta di tintura di iodio), bende, Elasto (largo cerotto imbottito che userò per salvaguardare la schiena dai continui attriti causati dallo zaino).

 

 

Lunedì 26 marzo – seconda tappa di Km 35,00. Mentre sposto il mio materassino scopro di aver riposato accanto ad un ragno peloso di dimensioni non comuni. Richiamo l’attenzione dei miei amici e soprattutto quella di Luisa che non gradisce certo la segnalazione! Riesco anche a fotografarlo.  Dopo il fuoco, il caffè e quella che a noi sembra una ricca prima colazione, si “apre” l’infermeria: il rito si ripete, ci si fasciano i piedi che sono sempre più stanchi e pieni di piccole piaghe e vesciche. Circa alle 9:00  ci allineiamo alla partenza. Il “solito” briefing di Patrick Bauer (il direttore di gara) che, salito sul tetto di una jeep, ci parla del percorso e richiama l’attenzione di tutti sulle particolari difficoltà di questa tappa. Oltre alla parte che si correrà sulla sabbia, ci aspetta una ripida salita con pendenza vicina al 25% che ci condurrà fino ad uno spettacolare passaggio dove troveremo una fune alla quale assicurarci per non cadere. Quindi correremo lungo un crinale roccioso per poi tuffarci da una spettacolare duna di sabbia e tornare almeno per 200 metri giù verso un plateau. Ci sono circa 40° anche oggi. Sono assolutamente incosciente; solo la fortuna mi permette di portare a termine una tappa esemplare: sempre “incollato” al Principe, concludo in 4:15:56 la tappa dove ottengo il mio miglior piazzamento, 43° assoluto e terzo degli italiani! Quando siamo in prossimità dell’arrivo, una concorrente in difficoltà mi chiede qualcosa da mangiare: non esito a passarle una pastiglia di integratori. Passato il traguardo, il Principe mi comunica che si tratta di Géraldine Courdesses, la vincitrice della passata edizione! Poco dopo la stessa mi raggiunge e si mostra riconoscente. Nelle tappe successive, incontrandoci, sempre sorridente, ci chiamerà “i miei amici italiani”!

Sono abbastanza stanco, i dolori cominciano ad essere più presenti; lo zaino mi ha già causato una ferita sulla schiena e i miei piedi cominciano a screpolarsi in più punti.

La giornata trascorre tranquillamente ma la sera si alza un bel vento che trasporta la sabbia nella tenda e ci copre tutti. La mattina scopro che è fin dentro il sacco a pelo!

 

Martedì 27 marzo – terza tappa: allineati al solito alla partenza siamo caricati da “Highway to hell” degli AC/DC. La tappa ci porta dal Djebel El Oftal al Djebel Zireg per Km 32,3 lungo un percorso che alterna passaggi in montagna, pianure pietrose, l’attraversamento di un lago salato svuotato e dune abbastanza alte. Oggi fa caldo: 47° ma c’è un leggero vento favorevole che ci spinge. Cerchiamo di correre sul terreno non battuto per avere un migliore appoggio. Anche in questa tappa, la mia fama di “zecca” non viene meno e concludo, attaccato al Principe, al 51° posto in 3:35:20. All’arrivo, cediamo cavallerescamente il passo alla “solita” Courdesses che ci precede di qualche secondo. Ritirata la nostra razione di acqua (4,5 litri), andiamo subito in tenda perché il caldo si fa sentire. Si fanno sentire anche i miei piedi: in infermeria una Doc-Trotter tanto carina quanto irremovibile, decide che una delle mie unghia del piede va tagliata. Il dolore è lancinante e piango mentre sono sotto i ferri. Mi accorgo alla fine di essere stato “in cura” per ben 90 minuti! Si congeda con un sorriso e questa frase: “you are crazy!” Rientro alla base caracollando come un pinguino. Scena che si fa sempre più familiare: molti soffrono per le piaghe ai piedi e, racchiusi nelle bianche tute da pittore,  assumono quell’andatura caratteristica che li fa assomigliare in  modo impressionante a tanti pinguini! Apprendo che anche oggi ci sono stati dei ritiri, tutti causati da problemi di vesciche e ferite ai piedi. La vita in tenda continua ad essere piacevole e i mie compagni sono straordinari. Si fa a gara per prestarsi qualcosa, per cedersi del cibo (che è prezioso perché è stato  portato in spalla per tanti km e nessuno ne ha in sovrappiù) per andare a far legna. Di notte, continua il mio dormiveglia. Tutti hanno invidia dei bei periodi di letargo di Giovanni, il quale, di notte, produce dei suoni degni di una segheria! Chiuso nel mio sacco a pelo, ho difficoltà a prendere sonno e ricordo i bei colori visti oggi: il verde di tante piante e soprattutto il giallo dei fiori! E’ sicuramente stata un’annata piovosa!

 

Mercoledì 28 marzo – quarta tappa, chiamata “la grande”: km 70,5. Nella notte appena trascorsa ho valutato di poter perdere anche 25-30 posizioni in questa tappa per il motivo che non ho mai corso in precedenza per più di Km 42,2 (tanto è lunga una “semplice” maratona) e perché non si trasformi in un incubo ho deciso di essere cauto nell’affrontarla. E’ una tappa particolare; i primi 50 uomini e le prime 5 donne in classifica, partiranno con 3 ore di ritardo rispetto al gruppo che parte alle 9 del mattino. E’ una mattina fresca e ventilata. Insieme a Ferdinando vado in prossimità della linea di partenza per veder partire il gruppo e per incitare Luisa. Partiti! Noi, invece, restiamo a riposare sotto alcune tende che l’Organizzazione ha predisposto per il secondo turno dei partenti. Inganniamo il tempo mangiucchiando qualcosa. Il mitico Olmo, avvolto nella sua tuta bianca, non si muove; controlla perfino il respiro. La Courdesses fa parte del gruppo e in un momento di relax scattiamo qualche foto insieme a lei. Arriva il fatidico momento e alle 12 e qualche minuto, partiamo anche noi. La velocità è leggermente più contenuta del solito: ci aspetta un lungo tragitto di 70 km. Fino a poco dopo il terzo CP riesco a mantenere l’andatura tenuta da Ferdinando; poi al 36° Km mi stacco. Siamo in prossimità di una pietraia con percorso tecnico in forte dislivello in discesa: ho una gran paura di farmi male. Sento che i piedi mi bruciano come non mai, ma continuo a correre insieme ad altri due concorrenti fino all’imbrunire. Al 50° km è già buio. Mi fermo e tolgo lo zaino: le mie spalle ringraziano! Devo attivare il bastoncino luminoso e fissarlo alla parte posteriore dello zaino in modo da essere visibile a chi mi segue. Indosso la lampada frontale e riparto. Mi rendo conto di non aver mangiato che una barretta energetica e 40 gr. di parmigiano. Sembra incredibile ma non ho fame. Riparto mentre si alza un forte vento contrario che trasporta sabbia in sospensione. Non vedo bene le balisse luminose perché, per risparmiare peso, non ho portato gli occhiali da vista e la relativa custodia rigida. Sono costretto anche a camminare in attesa di scorgere un barlume davanti a me o che qualcuno mi sorpassi. L’acqua mi è sempre stata sufficiente e mi sforzo ancora di mangiar qualcosa. Trovo una bustina con 50 gr. di noci e riesco a mangiarla tutta con gusto. Una piccola tempesta di sabbia. Paesaggio lunare. Ogni tanto si scorge qualche ragazzino, sbucato da chissà dove, visto che siamo in pieno deserto, che è appostato in cima a qualche duna per scorgere il passaggio dei corridori.  Riprendo a correre a tratti e arrivo al CP 6,  dove prendo l’ultima bottiglia d’acqua (le bottiglie d’acqua sono tutte numerate, gli addetti te le consegnano dopo aver scritto il tuo numero di gara sulle stesse. Guai ad abbandonarle! I poco rispettoso dell’ambiente vanno incontro a dure penalizzazioni). Mi sono ritornate le forze. Riprendo a correre abbastanza speditamente e percorro gli ultimi km in progressione. Vedo le luci che segnalano l’arrivo e aumento ancora l’andatura. E’ un duro sforzo, sono tutte dune di soffice sabbia. La luce proiettata dalla lampada frontale, falsa le prospettive: vado a sbattere contro una duna come se non l’avessi neanche vista! Cado e rischio di farmi male ai polsi. Ma le luci confermano che l’arrivo è prossimo: tiro fuori tutta l’energia che mi rimane e termino in 10:26:21. Non era certamente il luogo adatto a provare di correre per la prima volta in assoluto una distanza di 70 km! Ritiro l’acqua e torno subito in tenda. Sono già tutti a letto. Mi informo di come sia andata. Ferdinando circa 8:40 e Luisa 9:56.  Sono stremato. Mi impongo di mandare giù  una busta con dei sali e aminoacidi che facilita il recupero: il sapore dolciastro è nauseabondo!  Mi sdraio e scopro che una bella pietra sporgente si trova sotto la mia schiena. Non ho voglia di toglierla, così come non ho voglia di cambiarmi. Mi ficco dentro il sacco cercando di dormire…La dose di adrenalina che ho in corpo è troppo elevata, ripenso ai passaggi più impegnativi della tappa e  non riesco a prender sonno, ma non è una novità.

 

Giovedì 29 marzo – giornata di riposo, per chi ha percorso tutta la tappa non-stop. Gli altri, che si sono fermati dopo il CP 4, per dormire, potranno riprendere la marcia alle prime luci dell’alba e terminare in due giorni la grande fatica. Gli arrivi si susseguono per tutto il giorno. In tarda mattinata Patrick Bauer ci richiama per un briefing. E’ inusuale. “Con profonda tristezza, Vi annuncio che questa mattina alle 6:30 è morto Bernard Julè, dossard 53”  I suoi compagni lo hanno trovato senza vita quando si sono risvegliati all’alba. La giornata trascorre lentamente e non siamo disposti ai soliti scherzi e alle canzonature. Sogniamo un semplice pezzo di pane, un’arancia, un caffè espresso! Piccole cose che nella nostra situazione ci sembrano grandi meraviglie. Apprezziamo perfino una semplice tazza di brodo ottenuto con del dado liofilizzato. Nel pomeriggio, distribuzione di una lattina di Pepsi ben fredda: tres chic!  La “grande” è storia passata; parliamo della tappa di domani come se fosse una passeggiata… Si tratta invece della tappa maratona: ben 42,2 km! Nel pomeriggio, secondo una vecchia e buona tradizione della MdS, tutti i concorrenti vanno sotto il gonfiabile del traguardo ad accogliere l’ultimo che arriva. E’ una donna, la scorgiamo a circa 200 metri dalla linea d’arrivo: cominciamo a battere le mani scandendo il ritmo. E’ un bel momento in cui gioisci per chi sta terminando la sua fatica e non ti passa per la mente che quel concorrente sia matto; semmai poco preparato fisicamente, ma con grinta e coraggio da vendere! Senz’altro da applaudire! Serata calma, il solito fuoco, i soliti cibi. Scopriamo che un brodo ottenuto con del dado e condito con un filo d’olio d’oliva, servito in un contenitore ricavato da una bottiglia di plastica tagliata a metà, è qualcosa di meraviglioso! La notte non è delle più fredde, ci dovrebbero essere circa 10°. Alle 20:00 tutti a nanna, domani ci aspetta la maratona. Stranamente ne parliamo come se fosse una semplice formalità: scherzi del deserto!

 

Venerdì 30 marzo – quinta tappa, la tappa maratona, lunga Km 42,2. Stamattina molti concorrenti lasciano le loro borracce o accatastano delle pietre nel punto in cui era posizionata la tenda del povero Bernard. Il solito Alessandro si preoccupa del fuoco. I miei piedi sono sempre più dolenti: li fascio dito per dito e non vi racconto le canzonature… Mattina tranquilla e non tanto calda. Partenza poco dopo le nove. Patrick, il Direttore di Corsa, chiede ai compagni del povero Bernard, di farsi avanti e li schiera in partenza davanti a tutti. E’ un momento in cui i volti sono tirati e non c’è la solita aria di festa.  I primi 10 Km riusciamo a stare tutti insieme; dopo il CP 1 mentre riempiamo le borracce, il Principe si volatilizza…decidiamo allora di fare tappa insieme io e Luisa. Il terreno si presenta piatto ma molto pietroso e si alterna a piccole dune e piani di sabbia. Le piaghe ai piedi, mi rendono più lento. E’ una sofferenza riuscire a seguire lo stesso passo di Luisa. Dopo il CP 2 affrontiamo  4 Km di dune alte e molto impegnative. Si continua per una pista pietrosa che ci porta all’ultimo CP della gara. Ultimi 11 Km di sofferenza e terminiamo la fatica in circa 4 ore e 25 minuti. Ci sono 42°. Siamo tanto soddisfatti quanto stanchi. Il pomeriggio è ben ventilato e abbastanza fresco. Seguiamo i preparativi per il concerto serale: un sestetto di violini dell’Opéra di Parigi insieme a due cantanti ci renderanno la sera più piacevole regalandoci buona musica sotto le stelle sullo sfondo delle dune di Merzouga, fra le  più alte che si trovano in Marocco. Questa è la nostra ultima notte nel deserto.

 

Sabato 31 marzo – sesta e ultima tappa. E’ una passerella finale: 4 Km di pietre su terreno piatto e poco più di 7 Km di saliscendi su dune molto alte fino a Merzouga. Abbiamo regalato tutto il possibile ai ragazzi marocchini che si occupano delle tende: calze, maglie, qualche barretta energetica e quegli scarsi cibi che ci sono rimasti. Ci rendiamo più leggeri possibile perché consci del fatto che la tappa sarà molto veloce. Mi congedo dalla tenda senza provare nostalgia! Ci voltiamo indietro per guardare il campo: dietro di noi è una miriade di materassini, pentolini. Prima dello start, i ragazzi neozelandesi si esibiscono nella loro danza tradizionale: a torso nudo si pongono davanti ai partenti e si esibiscono mentre un altro di loro scandisce il ritmo al microfono, anche questo fa parte della MdS!  Partiamo ad un ritmo infernale – stimo un’andatura vicina a 4’ al Km – e stiamo a vista nel primo Km; poi mi sento bene e allungo il passo. Intendo guadagnare il più possibile sul terreno duro perché son sicuro di rallentare poi sulla sabbia. Ultimi km durissimi dove procedo di corsa e camminando nei punti in salita sulle dune. Intravedo l’arrivo, accelero il più possibile; vedo il forte campione francese Karim Mosta e lo affianco sulla linea d’arrivo. E’ finita! Il direttore di corsa, Patrick Bauer mi stringe la mano e si complimenta; sono pieno di gioia e scorgo di fronte a me il Principe che, sorridente, mi fa cenno di andargli incontro. Mi abbraccia e dice:”Bravo, sei stato grande, questo momento non te lo scorderai mai!” Non riesco a trattenere le lacrime, l’emozione è veramente tanta e ripenso a tutta la fatica che ho fatto per arrivare fino in fondo! Arriva anche Luisa ed ho il tempo di farle anche qualche foto. Ci consegnano la medaglia e un sacchetto con della roba che mangerò durante la tappa di trasferimento in pullman verso Ouarzazate. Ci sistemiamo nel pullman sognando già una doccia calda e una birra fredda! Ci aspettano più di 5 ore di viaggio che passiamo piacevolmente mangiucchiando e sonnecchiando. Nel sacchetto troviamo un’arancia e un pezzo di pane! Che meraviglia dopo 7 giorni! Rifletto su questa settimana emozionante.

 

E’ stata molto più dura di quanto pensassi, avevo valutato uno certo sforzo ma la valutazione era sbagliata. Credevo ingenuamente si trattasse di un duro sforzo fisico, di una serie di tappe da correre. Non è stato così: le condizioni “spartane”, la carenza di sonno (il famoso “dormiveglia”), le condizioni igieniche non certo da Grand Hotel, i cibi liofilizzati dei quali hai nausea già al secondo giorno, sono tutte prove alle quali non ero minimamente preparato. Ipotizzate quanto di peggio possiate e raddoppiate! Forse sarete abbastanza vicini al vero. Il tutto, però, viene controbilanciato dalla straordinaria bellezza dei luoghi, dal sincero sorriso di un bambino che non possiede nulla, dallo stare insieme ai tuoi compagni di tenda, dai colori di una duna al tramonto, dai profumi di fumo e di legna che arde, dai sentimenti amplificati dalle condizioni in cui ti trovi, da un semplice gesto disinteressato, da una luminosa stella cadente nel cielo splendido e terso, dai momenti di preghiera quando cerchi di non mollare, da un bivacco illuminato dalla luna.

Ritengo educativa per tutti una settimana nel deserto. Affina le tecniche di sopravvivenza: da una bottiglia in plastica  tagliata a metà, si ricava una tazza con coperchio che può contenere un caffè, un brodo caldo; da un calzino usato si ottiene un panno per pulire o una presina per toccare il manico infuocato del pentolino. Impari a non sprecare il tempo perché c’è sempre qualcosa da fare: cercare la legna per il fuoco, togliere le pietre dal punto in cui poggerai la schiena; andare in infermeria a fare incetta di disinfettanti e bende. Tutte le sensazioni sono amplificate. Il lato umano è importantissimo. Impari ad apprezzare chi ti sta accanto solo per il suo comportamento, la sua disponibilità, la generosità, per quello che sa dare e ricevere. Spesso non sai neanche chi è nella vita civile chi ti sta accanto, che mestiere fa, se è sposato o meno. Con questo non voglio certo dire che i partecipanti siano tutta “gente speciale” non credo sia vero; semmai è vero che la stragrande maggioranza non ha tutte le rotelle a posto!E’ una bella spallata alla società del consumismo. Impari a eliminare tutto il superfluo; comprendi che ti basta un decimo del dentifricio che normalmente usi e anche un solo bicchiere d’acqua per lavarti i denti. Tutti i corridori sono sopravvissuti con soli 9 litri d’acqua al giorno, perché non confessarci sinceramente che nella normalità ne sprechiamo tanta? Quanti bambini nel mondo non ne hanno a sufficienza?

Mi rimane il ricordo vivido di una decina di giorni passati in modo speciale, in un’atmosfera cordiale, unica. Non c’è stato un momento nel quale  io non abbia avuto incoraggiamento, sorrisi, prove d’amicizia. Il mio gruppo nella tenda n. 10 era formato dai palermitani  Luisa Balsamo “la regina del deserto” con 4 partecipazioni MdS, Ferdinando Hardouin “il Principe” con 8 partecipazioni MdS all’attivo; Alessandro Carrara di Bergamo, veterano anche lui, i due bolognesi Stefano Lolli e Giovanni Berardi e ancora un veterano, il cuneese Giulio Culasso. Folto il gruppo degli italiani (43) tra i quali il mitico Marco Olmo (10 volte nei primi 10 in questa gara).  Dei circa 800 partecipanti provenienti da 36 paesi diversi, stragrande maggioranza di francesi – normale visto che l’organizzazione è transalpina – e grande partecipazione anche degli inglesi e tedeschi. Generalmente cordiale l’atmosfera. L’organizzazione, impeccabile,  è riuscita a coordinare almeno 200 persone tra medici, personale sui mezzi di trasporto, personale addetto al montaggio del campo – che veniva smontato e rimontato ogni giorno in luoghi diversi – commissari di bivacco e di percorso, cronometristi, fotografi e cineoperatori. E una sorpresa su tutte: il deserto non è come comunemente s’immagina; non è solo sabbia e dune. Nel percorrerlo t’accorgi che muta ininterrottamente colore, sagoma, aspetto. Imponenti rilievi di pietra, fiumi prosciugati e laghi secchi, immense pianure pietrose, alberi, palme, vegetazione e naturalmente le dune modellate dal vento…

 

I primi 5 italiani in classifica:

 

Range

Nr. pettorale

Cognome

Nome

Tempo totale

Media

9

400

OLMO

Marco

20:29:00

10,79

36

398

HARDOUIN MONROY

Ferdinando

25:21:21

  8,72

43

403

MALERBA

Mario

25:52:19

  8,54

72

385

NUCCIO

Ermanno

27:36:39

  8,00

79

397

BALSAMO

Luisa

28:08:28

  7,85