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Ermanno e la Marathon des Sables |
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La
22° edizione della Marathon des Sables,
una corsa a piedi nel Sahara sud marocchino in autosufficienza alimentare su
una distanza di 220 km circa, si è svolta dal 25 al 31 marzo del 2007. “Autosufficienza”
significa che devi portare tutto l’occorrente per sopravvivere (e correre!) una
settimana intera: zaino, sacco a pelo, kit sopravvivenza, vestiario, cibo.
Insomma: tutto fuorché l’acqua che
invece è razionata ma fornita dall’Organizzazione. Ma come può venir in mente a
qualcuno di partecipare ad una gara simile? Ho vissuto con entusiasmo le due
precedenti edizioni davanti al pc di casa, credendo di capire quanto succedesse
ai miei compagni di squadra, Luisa, Mimmo e Ferdinando e maturando sempre più
l’aspirazione di potervi prender parte. Ma quale motivazione mi ha portato a
partecipare? Semplice: una sfida con me stesso. Questa è la gara che da
molti è definita la corsa in
autosufficienza a tappe più difficile al mondo. A
luglio 2006 stabilisco di partecipare e nel comunicare questa decisione, registro le reazioni più disparate:
ammirazione, sconforto, incredulità, gioia, critiche e perfino dubbi sulla mia
sanità mentale! Quindi tento di organizzarmi al meglio curando la preparazione
fisica e la logistica; fin da febbraio comincio a controllare anche
l’alimentazione e l’integrazione (è stato indispensabile poiché negli ultimi
mesi la preparazione fisica prevedeva una percorrenza mensile di corsa tra i
400 e i 500 km). Nell’ultimo mese avvilisco Luisa cercando consigli e trucchi e
riesco a mettere a punto la lista di oggetti e alimentazione da portare;
l’obiettivo è quello di contenere il peso iniziale eliminando quanto non
indispensabile. Alla fine il peso
risulta comunque da incubo: poco più di kg. 9! Quanto avrei desiderato uno
zaino più piccolo…Sono consapevole del fatto che la MdS è una corsa di
gestione. Dovrò gestire lo sforzo, l’alimentazione e l’acqua durante tutta una
settimana. È una prova sportiva difficile, si svolge in un periodo nel quale la
temperatura può raggiungere anche i 50 gradi e di notte scendere anche fino a
5. Pertanto, l'organismo nell'insieme è messo a dura prova. Ho corso delle
maratone nel passato e fin dal momento d’inizio della preparazione tutti i
pensieri – nel tempo libero – sono per la gara; qui non è diverso: il tutto è
più amplificato. Negli ultimi mesi i miei pensieri sono rivolti in modo permanente al bivacco e allo zaino:
non è una sensazione sgradevole, è semplicemente un pensiero onnipresente! E
sono certo che nulla cambierà fino al momento della partenza. Tutto ciò fa
parte di quest’avventura nel deserto. Vivrò un grande momento della mia vita e
ne sono già appagato! Ecco
il racconto di questi giorni: Giovedì
22 marzo - sveglia alle 3:30 perché alle
4:35 passerà a prendermi Totò Balsamo (uno dei tanti fratelli di Luisa) che è
stato “sorteggiato” per il trasporto in aeroporto. Qui cominciano i primi
contrattempi: al controllo bagagli un addetto è irremovibile e sequestra a
Luisa i due bidoncini di plastica per il rifornimento durante la corsa e che solitamente si ripongono sugli spallacci
dello zaino. Il volo per Malpensa è regolare e appena arrivati ci raggiunge
l’amico Daniele Sparpaglioni, altro veterano-folcloristico della MdS, e quindi
tutti gli altri italiani ed il simpaticissimo Marco Gazzola, svizzero del
Canton Ticino il quale, come il sottoscritto, ha portato con sé alcune scatole
contenenti penne biro e matite colorate
da consegnare all’Organizzazione perché poi le ridistribuisca ai bambini
marocchini. Dopo le operazioni di ceck-in compriamo una pizza in attesa di
imbarcarci alle 13:15 alla volta di Casablanca. Un paio d’ore dopo stiamo
sorvolando lo stretto di Gibilterra e quindi atterriamo a Casablanca dove
abbiamo il primo impatto con il Marocco e i suoi profumi. Immancabile il the
alla menta, servito nei famosi piccoli
bicchieri in vetro decorati mano, e zuccherato come nessuno oserebbe in Italia!
Proseguiamo verso Ouarzazate a bordo di un ATR Colibrì dove arriviamo, dopo un
bel volo “movimentato”. A cena in un piccolo ristorante locale e quindi dopo
una breve passeggiata andiamo a riposare perché il giorno successivo ci attende
una bella tappa di trasferimento in pullman. Venerdì
23 marzo - sveglia alle 6:30, colazione
e successivo transfert in pullman verso Merzouga. Lungo il tragitto comincio a
rendermi conto che il pudore non alberga in tutti allo stesso modo…Arrivati in
prossimità del bivacco, ci trasferiscono su camion militari scoperti e comincio
a rendermi conto di cosa sono polvere, vento e sabbia: tre elementi dai quali
non mi separerò per i successivi 8 giorni. Ci viene assegnata la tenda n. 10
che fortunatamente è vicina alla n.1 – tradizionalmente destinata ai fortissimi
marocchini – e che viene montata sempre vicino al traguardo e che quindi
consente agli occupanti di non dover camminare per centinaia di metri in più
per qualsiasi operazione si voglia effettuare, come il rifornimento d’acqua, il
recarsi all’infermeria, alla tenda delle telecomunicazioni o a quella dei
commissari di bivacco. Ho osservato i veterani: stanno fermi il più possibile,
non compiono movimenti inutili, non stanno in coda se non lo stretto
necessario, economizzano le forze al massimo. Tutto questo permette loro un
risparmio energetico che poi utilizzano per un’andatura più veloce in gara! Ci sistemiamo (termine
eufemistico che indica l’appropriarsi di uno spazio dove riporre il proprio
materassino e il proprio zaino) e subito la prima delle tante file che farò, in
attesa della cena. Ritornato in tenda scopro che il materassino non riesce a dare sollievo alla mia schiena. Vi
chiederete il perché; ecco la spiegazione: il materassino deve pesare il meno
possibile e quindi è spesso solo qualche millimetro; in più se ti capita
qualche pietra, sotto la schiena, che per volume e posizionamento non può
essere rimossa, puoi solo spostarti fuori dalla tenda…Ecco il battesimo del
dormiveglia! Mi prendono in giro i miei compagni, ma vi assicuro che la mia
sensazione è stata quella di aver sonnecchiato in dormiveglia per tutta la
durata della gara! Giovanni dà il meglio di sé russando beatamente tutta la
notte; vani i tentativi di farlo smettere: dai classici colpetti sulla spalla
ai versi che imitano gli animali più disparati! Sabato
24 marzo - sveglia alle prime luci
dell’alba, alle 5:30; ancora una fila per il ritiro dell’acqua (lt. 4,5 per
tutto il giorno) e successivi controlli amministrativi che riguardano la
composizione dello zaino (per il materiale obbligatorio e per il totale delle
calorie contenute dai cibi che ci permetteranno di sopravvivere per i
successivi 7 giorni) e la consegna del certificato medico e dell’originale
dell’elettrocardiogramma a riposo e dopo sforzo. Fortunatamente per il
materiale e le calorie possiamo presentare una autocertificazione (chiamata dai
francesi dichiarazione d’onore) e quindi le operazioni sono abbastanza poco
noiose. Se tutto è a posto ti viene consegnato il razzo di segnalazione, una
bustina con delle pillole di sale e due pettorali di gara da apporre sul petto
e sul retro dello zaino. Parecchi dubbi vengono sollevati sulla composizione
dello zaino di Luisa: è troppo leggero e secondo i controllori contiene meno
delle 14.000 Kcal: probabilmente non si sbagliano… Ci
sono più di 30 ° ma è un caldo secco e piccole raffiche di vento che rendono la
temperatura accettabile. Sono alla mia prima esperienza e quindi in ansia per
quanto mi succederà il giorno successivo; gli “anziani” ostentano una calma da
far invidia! La giornata prosegue con riposo e gli ultimi accorgimenti per
bilanciare lo zaino e ricontrollare la sua composizione. L’atmosfera in tenda è
sempre più piacevole e lo stare insieme si rivela rilassante e a tratti anche
divertente. Ho
visto gente di tutti i colori, il gruppo internazionale comprende atleti di
oltre 30 nazionalità che vanno dal Marocco alla Malesia passando per il
Senegal, la Nuova Zelanda o il Venezuela. Maggioranza di concorrenti francesi
seguita dai britannici. Questa sera gusteremo il nostro ultimo vero pasto prima
di passare in autosufficienza alimentare e cominciare la gara. Domenica
25 marzo - è il grande giorno: parte la prima tappa! C’è stato freddo nella
notte;i miei compagni affermano di aver patito la temperatura: sarà perché i
loro hanno dormito in quelli che “una volta” erano sacchi a pelo (ormai
utilizzati in tante edizioni sono imbottiti del 50% delle piume, ma hanno il
vantaggio di pesar meno…). Partiti!
Circa 4 Km di percorso pietroso in pianura conducono il gruppo fino ad un ponte
sull’acqua. Poco km più avanti, il primo CP (Check-Point) dove un addetto al
controllo punzona il tuo cartellino e ti consegna una bottiglia d’acqua che
servirà, come carburante, per raggiungere il successivo C.P. Ci sono 38° ed una
brezza leggera, ecco la prima serie di
dunette ed un ampia pianura di pietre nere fino al CP 2 - al Km 20 – che è
situato in cima a una montagna con una vista eccezionale su due valli. Al km
26.5, attraversiamo una pianura sabbiosa
che ci permette di vedere il 2° bivacco situato nell’oued Rheris. Percorso
lungo Km 29,3 nel quale non deludo coloro i quali mi hanno soprannominato “la
zecca”: resto attaccato al Principe (che ha grandi colpe per avermi incastrato
in quest’avventura) e non lo mollo neanche per un attimo. Alla fine
totalizziamo un tempo di 3:22 circa e ci classifichiamo rispettivamente 57° e
58°. Memore dei preziosi consigli di
Luisa, corro in infermeria a racimolare Eosina (una sorta di tintura di iodio),
bende, Elasto (largo cerotto imbottito che userò per salvaguardare la schiena
dai continui attriti causati dallo zaino). Lunedì
26 marzo – seconda tappa di Km 35,00. Mentre sposto il mio materassino scopro
di aver riposato accanto ad un ragno peloso di dimensioni non comuni. Richiamo
l’attenzione dei miei amici e soprattutto quella di Luisa che non gradisce
certo la segnalazione! Riesco anche a fotografarlo. Dopo il fuoco, il caffè e quella che a noi
sembra una ricca prima colazione, si “apre” l’infermeria: il rito si ripete, ci
si fasciano i piedi che sono sempre più stanchi e pieni di piccole piaghe e vesciche.
Circa alle 9:00 ci allineiamo alla
partenza. Il “solito” briefing di Patrick Bauer (il direttore di gara) che,
salito sul tetto di una jeep, ci parla del percorso e richiama l’attenzione di
tutti sulle particolari difficoltà di questa tappa. Oltre alla parte che si
correrà sulla sabbia, ci aspetta una ripida salita con pendenza vicina al 25%
che ci condurrà fino ad uno spettacolare passaggio dove troveremo una fune alla
quale assicurarci per non cadere. Quindi correremo lungo un crinale roccioso per
poi tuffarci da una spettacolare duna di sabbia e tornare almeno per 200 metri
giù verso un plateau. Ci sono circa 40° anche oggi. Sono assolutamente
incosciente; solo la fortuna mi permette di portare a termine una tappa
esemplare: sempre “incollato” al Principe, concludo in 4:15:56 la tappa dove
ottengo il mio miglior piazzamento, 43° assoluto e terzo degli italiani! Quando
siamo in prossimità dell’arrivo, una concorrente in difficoltà mi chiede
qualcosa da mangiare: non esito a passarle una pastiglia di integratori.
Passato il traguardo, il Principe mi comunica che si tratta di Géraldine
Courdesses, la vincitrice della passata edizione! Poco dopo la stessa mi
raggiunge e si mostra riconoscente. Nelle tappe successive, incontrandoci,
sempre sorridente, ci chiamerà “i miei amici italiani”! Sono
abbastanza stanco, i dolori cominciano ad essere più presenti; lo zaino mi ha
già causato una ferita sulla schiena e i miei piedi cominciano a screpolarsi in
più punti. La
giornata trascorre tranquillamente ma la sera si alza un bel vento che
trasporta la sabbia nella tenda e ci copre tutti. La mattina scopro che è fin
dentro il sacco a pelo! Martedì
27 marzo – terza tappa: allineati al solito alla partenza siamo caricati da
“Highway to hell” degli AC/DC. La tappa ci porta dal Djebel El Oftal al Djebel
Zireg per Km 32,3 lungo un percorso che alterna passaggi in montagna, pianure
pietrose, l’attraversamento di un lago salato svuotato e dune abbastanza alte.
Oggi fa caldo: 47° ma c’è un leggero vento favorevole che ci spinge. Cerchiamo
di correre sul terreno non battuto per avere un migliore appoggio. Anche in
questa tappa, la mia fama di “zecca” non viene meno e concludo, attaccato al
Principe, al 51° posto in 3:35:20. All’arrivo, cediamo cavallerescamente il
passo alla “solita” Courdesses che ci precede di qualche secondo. Ritirata la
nostra razione di acqua (4,5 litri), andiamo subito in tenda perché il caldo si
fa sentire. Si fanno sentire anche i miei piedi: in infermeria una Doc-Trotter
tanto carina quanto irremovibile, decide che una delle mie unghia del piede va
tagliata. Il dolore è lancinante e piango mentre sono sotto i ferri. Mi accorgo
alla fine di essere stato “in cura” per ben 90 minuti! Si congeda con un
sorriso e questa frase: “you are crazy!” Rientro alla base caracollando come un
pinguino. Scena che si fa sempre più familiare: molti soffrono per le piaghe ai
piedi e, racchiusi nelle bianche tute da pittore, assumono quell’andatura caratteristica che li
fa assomigliare in modo impressionante a
tanti pinguini! Apprendo che anche oggi ci sono stati dei ritiri, tutti causati
da problemi di vesciche e ferite ai piedi. La vita in tenda continua ad essere
piacevole e i mie compagni sono straordinari. Si fa a gara per prestarsi
qualcosa, per cedersi del cibo (che è prezioso perché è stato portato in spalla per tanti km e nessuno ne
ha in sovrappiù) per andare a far legna. Di notte, continua il mio dormiveglia.
Tutti hanno invidia dei bei periodi di letargo di Giovanni, il quale, di notte,
produce dei suoni degni di una segheria! Chiuso nel mio sacco a pelo, ho
difficoltà a prendere sonno e ricordo i bei colori visti oggi: il verde di
tante piante e soprattutto il giallo dei fiori! E’ sicuramente stata un’annata
piovosa! Mercoledì
28 marzo – quarta tappa, chiamata “la grande”: km 70,5. Nella notte appena
trascorsa ho valutato di poter perdere anche 25-30 posizioni in questa tappa
per il motivo che non ho mai corso in precedenza per più di Km 42,2 (tanto è
lunga una “semplice” maratona) e perché non si trasformi in un incubo ho deciso
di essere cauto nell’affrontarla. E’ una tappa particolare; i primi 50 uomini e
le prime 5 donne in classifica, partiranno con 3 ore di ritardo rispetto al
gruppo che parte alle 9 del mattino. E’ una mattina fresca e ventilata. Insieme
a Ferdinando vado in prossimità della linea di partenza per veder partire il
gruppo e per incitare Luisa. Partiti! Noi, invece, restiamo a riposare sotto
alcune tende che l’Organizzazione ha predisposto per il secondo turno dei
partenti. Inganniamo il tempo mangiucchiando qualcosa. Il mitico Olmo, avvolto
nella sua tuta bianca, non si muove; controlla perfino il respiro. La
Courdesses fa parte del gruppo e in un momento di relax scattiamo qualche foto
insieme a lei. Arriva il fatidico momento e alle 12 e qualche minuto, partiamo
anche noi. La velocità è leggermente più contenuta del solito: ci aspetta un
lungo tragitto di 70 km. Fino a poco dopo il terzo CP riesco a mantenere
l’andatura tenuta da Ferdinando; poi al 36° Km mi stacco. Siamo in prossimità di
una pietraia con percorso tecnico in forte dislivello in discesa: ho una gran
paura di farmi male. Sento che i piedi mi bruciano come non mai, ma continuo a
correre insieme ad altri due concorrenti fino all’imbrunire. Al 50° km è già
buio. Mi fermo e tolgo lo zaino: le mie spalle ringraziano! Devo attivare il
bastoncino luminoso e fissarlo alla parte posteriore dello zaino in modo da
essere visibile a chi mi segue. Indosso la lampada frontale e riparto. Mi rendo
conto di non aver mangiato che una barretta energetica e 40 gr. di parmigiano.
Sembra incredibile ma non ho fame. Riparto mentre si alza un forte vento
contrario che trasporta sabbia in sospensione. Non vedo bene le balisse
luminose perché, per risparmiare peso, non ho portato gli occhiali da vista e
la relativa custodia rigida. Sono costretto anche a camminare in attesa di
scorgere un barlume davanti a me o che qualcuno mi sorpassi. L’acqua mi è
sempre stata sufficiente e mi sforzo ancora di mangiar qualcosa. Trovo una
bustina con 50 gr. di noci e riesco a mangiarla tutta con gusto. Una piccola
tempesta di sabbia. Paesaggio lunare. Ogni tanto si scorge qualche ragazzino,
sbucato da chissà dove, visto che siamo in pieno deserto, che è appostato in
cima a qualche duna per scorgere il passaggio dei corridori. Riprendo a correre a tratti e arrivo al CP
6, dove prendo l’ultima bottiglia
d’acqua (le bottiglie d’acqua sono tutte numerate, gli addetti te le consegnano
dopo aver scritto il tuo numero di gara sulle stesse. Guai ad abbandonarle! I
poco rispettoso dell’ambiente vanno incontro a dure penalizzazioni). Mi sono
ritornate le forze. Riprendo a correre abbastanza speditamente e percorro gli
ultimi km in progressione. Vedo le luci che segnalano l’arrivo e aumento ancora
l’andatura. E’ un duro sforzo, sono tutte dune di soffice sabbia. La luce
proiettata dalla lampada frontale, falsa le prospettive: vado a sbattere contro
una duna come se non l’avessi neanche vista! Cado e rischio di farmi male ai
polsi. Ma le luci confermano che l’arrivo è prossimo: tiro fuori tutta
l’energia che mi rimane e termino in 10:26:21. Non era certamente il luogo
adatto a provare di correre per la prima volta in assoluto una distanza di 70
km! Ritiro l’acqua e torno subito in tenda. Sono già tutti a letto. Mi informo
di come sia andata. Ferdinando circa 8:40 e Luisa 9:56. Sono stremato. Mi impongo di mandare giù una busta con dei sali e aminoacidi che
facilita il recupero: il sapore dolciastro è nauseabondo! Mi sdraio e scopro che una bella pietra
sporgente si trova sotto la mia schiena. Non ho voglia di toglierla, così come
non ho voglia di cambiarmi. Mi ficco dentro il sacco cercando di dormire…La
dose di adrenalina che ho in corpo è troppo elevata, ripenso ai passaggi più
impegnativi della tappa e non riesco a
prender sonno, ma non è una novità. Giovedì
29 marzo – giornata di riposo, per chi ha percorso tutta la tappa non-stop. Gli
altri, che si sono fermati dopo il CP 4, per dormire, potranno riprendere la
marcia alle prime luci dell’alba e terminare in due giorni la grande fatica.
Gli arrivi si susseguono per tutto il giorno. In tarda mattinata Patrick Bauer
ci richiama per un briefing. E’ inusuale. “Con profonda tristezza, Vi annuncio
che questa mattina alle 6:30 è morto Bernard Julè, dossard 53” I suoi compagni lo hanno trovato senza vita
quando si sono risvegliati all’alba. La giornata trascorre lentamente e non
siamo disposti ai soliti scherzi e alle canzonature. Sogniamo un semplice pezzo
di pane, un’arancia, un caffè espresso! Piccole cose che nella nostra situazione
ci sembrano grandi meraviglie. Apprezziamo perfino una semplice tazza di brodo
ottenuto con del dado liofilizzato. Nel pomeriggio, distribuzione di una
lattina di Pepsi ben fredda: tres chic!
La “grande” è storia passata; parliamo della tappa di domani come se
fosse una passeggiata… Si tratta invece della tappa maratona: ben 42,2 km! Nel
pomeriggio, secondo una vecchia e buona tradizione della MdS, tutti i
concorrenti vanno sotto il gonfiabile del traguardo ad accogliere l’ultimo che
arriva. E’ una donna, la scorgiamo a circa 200 metri dalla linea d’arrivo:
cominciamo a battere le mani scandendo il ritmo. E’ un bel momento in cui
gioisci per chi sta terminando la sua fatica e non ti passa per la mente che
quel concorrente sia matto; semmai poco preparato fisicamente, ma con grinta e
coraggio da vendere! Senz’altro da applaudire! Serata calma, il solito fuoco, i
soliti cibi. Scopriamo che un brodo ottenuto con del dado e condito con un filo
d’olio d’oliva, servito in un contenitore ricavato da una bottiglia di plastica
tagliata a metà, è qualcosa di meraviglioso! La notte non è delle più fredde,
ci dovrebbero essere circa 10°. Alle 20:00 tutti a nanna, domani ci aspetta la
maratona. Stranamente ne parliamo come se fosse una semplice formalità: scherzi
del deserto! Venerdì
30 marzo – quinta tappa, la tappa maratona, lunga Km 42,2. Stamattina molti
concorrenti lasciano le loro borracce o accatastano delle pietre nel punto in
cui era posizionata la tenda del povero Bernard. Il solito Alessandro si
preoccupa del fuoco. I miei piedi sono sempre più dolenti: li fascio dito per
dito e non vi racconto le canzonature… Mattina tranquilla e non tanto calda.
Partenza poco dopo le nove. Patrick, il Direttore di Corsa, chiede ai compagni
del povero Bernard, di farsi avanti e li schiera in partenza davanti a tutti.
E’ un momento in cui i volti sono tirati e non c’è la solita aria di
festa. I primi 10 Km riusciamo a stare
tutti insieme; dopo il CP 1 mentre riempiamo le borracce, il Principe si
volatilizza…decidiamo allora di fare tappa insieme io e Luisa. Il terreno si
presenta piatto ma molto pietroso e si alterna a piccole dune e piani di
sabbia. Le piaghe ai piedi, mi rendono più lento. E’ una sofferenza riuscire a
seguire lo stesso passo di Luisa. Dopo il CP 2 affrontiamo 4 Km di dune alte e molto impegnative. Si
continua per una pista pietrosa che ci porta all’ultimo CP della gara. Ultimi
11 Km di sofferenza e terminiamo la fatica in circa 4 ore e 25 minuti. Ci sono
42°. Siamo tanto soddisfatti quanto stanchi. Il pomeriggio è ben ventilato e
abbastanza fresco. Seguiamo i preparativi per il concerto serale: un sestetto
di violini dell’Opéra di Parigi insieme a due cantanti ci renderanno la sera
più piacevole regalandoci buona musica sotto le stelle sullo sfondo delle dune
di Merzouga, fra le più alte che si
trovano in Marocco. Questa è la nostra ultima notte nel deserto. Sabato
31 marzo – sesta e ultima tappa. E’ una passerella finale: 4 Km di pietre su
terreno piatto e poco più di 7 Km di saliscendi su dune molto alte fino a
Merzouga. Abbiamo regalato tutto il possibile ai ragazzi marocchini che si
occupano delle tende: calze, maglie, qualche barretta energetica e quegli
scarsi cibi che ci sono rimasti. Ci rendiamo più leggeri possibile perché
consci del fatto che la tappa sarà molto veloce. Mi congedo dalla tenda senza
provare nostalgia! Ci voltiamo indietro per guardare il campo: dietro di noi è
una miriade di materassini, pentolini. Prima dello start, i ragazzi
neozelandesi si esibiscono nella loro danza tradizionale: a torso nudo si
pongono davanti ai partenti e si esibiscono mentre un altro di loro scandisce
il ritmo al microfono, anche questo fa parte della MdS! Partiamo ad un ritmo infernale – stimo
un’andatura vicina a 4’ al Km – e stiamo a vista nel primo Km; poi mi sento
bene e allungo il passo. Intendo guadagnare il più possibile sul terreno duro
perché son sicuro di rallentare poi sulla sabbia. Ultimi km durissimi dove
procedo di corsa e camminando nei punti in salita sulle dune. Intravedo
l’arrivo, accelero il più possibile; vedo il forte campione francese Karim
Mosta e lo affianco sulla linea d’arrivo. E’ finita! Il direttore di corsa,
Patrick Bauer mi stringe la mano e si complimenta; sono pieno di gioia e scorgo
di fronte a me il Principe che, sorridente, mi fa cenno di andargli incontro.
Mi abbraccia e dice:”Bravo, sei stato grande, questo momento non te lo
scorderai mai!” Non riesco a trattenere le lacrime, l’emozione è veramente
tanta e ripenso a tutta la fatica che ho fatto per arrivare fino in fondo! Arriva
anche Luisa ed ho il tempo di farle anche qualche foto. Ci consegnano la
medaglia e un sacchetto con della roba che mangerò durante la tappa di
trasferimento in pullman verso Ouarzazate. Ci sistemiamo nel pullman sognando
già una doccia calda e una birra fredda! Ci aspettano più di 5 ore di viaggio
che passiamo piacevolmente mangiucchiando e sonnecchiando. Nel sacchetto
troviamo un’arancia e un pezzo di pane! Che meraviglia dopo 7 giorni! Rifletto
su questa settimana emozionante. E’
stata molto più dura di quanto pensassi, avevo valutato uno certo sforzo ma la
valutazione era sbagliata. Credevo ingenuamente si trattasse di un duro sforzo
fisico, di una serie di tappe da correre. Non è stato così: le condizioni
“spartane”, la carenza di sonno (il famoso “dormiveglia”), le condizioni
igieniche non certo da Grand Hotel, i cibi liofilizzati dei quali hai nausea
già al secondo giorno, sono tutte prove alle quali non ero minimamente
preparato. Ipotizzate quanto di peggio possiate e raddoppiate! Forse sarete abbastanza
vicini al vero. Il tutto, però, viene controbilanciato dalla straordinaria
bellezza dei luoghi, dal sincero sorriso di un bambino che non possiede nulla,
dallo stare insieme ai tuoi compagni di tenda, dai colori di una duna al
tramonto, dai profumi di fumo e di legna che arde, dai sentimenti amplificati
dalle condizioni in cui ti trovi, da un semplice gesto disinteressato, da una
luminosa stella cadente nel cielo splendido e terso, dai momenti di preghiera
quando cerchi di non mollare, da un bivacco illuminato dalla luna. Ritengo
educativa per tutti una settimana nel deserto. Affina le tecniche di
sopravvivenza: da una bottiglia in plastica
tagliata a metà, si ricava una tazza con coperchio che può contenere un
caffè, un brodo caldo; da un calzino usato si ottiene un panno per pulire o una
presina per toccare il manico infuocato del pentolino. Impari a non sprecare il
tempo perché c’è sempre qualcosa da fare: cercare la legna per il fuoco,
togliere le pietre dal punto in cui poggerai la schiena; andare in infermeria a
fare incetta di disinfettanti e bende. Tutte le sensazioni sono amplificate. Il
lato umano è importantissimo. Impari ad apprezzare chi ti sta accanto solo per
il suo comportamento, la sua disponibilità, la generosità, per quello che sa
dare e ricevere. Spesso non sai neanche chi è nella vita civile chi ti sta
accanto, che mestiere fa, se è sposato o meno. Con questo non voglio certo dire
che i partecipanti siano tutta “gente speciale” non credo sia vero; semmai è
vero che la stragrande maggioranza non ha tutte le rotelle a posto!E’ una bella
spallata alla società del consumismo. Impari a eliminare tutto il superfluo;
comprendi che ti basta un decimo del dentifricio che normalmente usi e anche un
solo bicchiere d’acqua per lavarti i denti. Tutti i corridori sono
sopravvissuti con soli 9 litri d’acqua al giorno, perché non confessarci
sinceramente che nella normalità ne sprechiamo tanta? Quanti bambini nel mondo
non ne hanno a sufficienza? Mi
rimane il ricordo vivido di una decina di giorni passati in modo speciale, in
un’atmosfera cordiale, unica. Non c’è stato un momento nel quale io non abbia avuto incoraggiamento, sorrisi,
prove d’amicizia. Il mio gruppo nella tenda n. 10 era formato dai palermitani Luisa Balsamo “la regina del deserto” con 4
partecipazioni MdS, Ferdinando Hardouin “il Principe” con 8 partecipazioni MdS
all’attivo; Alessandro Carrara di Bergamo, veterano anche lui, i due bolognesi
Stefano Lolli e Giovanni Berardi e ancora un veterano, il cuneese Giulio
Culasso. Folto il gruppo degli italiani (43) tra i quali il mitico Marco Olmo
(10 volte nei primi 10 in questa gara).
Dei circa 800 partecipanti provenienti da 36 paesi diversi, stragrande
maggioranza di francesi – normale visto che l’organizzazione è transalpina – e
grande partecipazione anche degli inglesi e tedeschi. Generalmente cordiale
l’atmosfera. L’organizzazione, impeccabile,
è riuscita a coordinare almeno 200 persone tra medici, personale sui
mezzi di trasporto, personale addetto al montaggio del campo – che veniva
smontato e rimontato ogni giorno in luoghi diversi – commissari di bivacco e di
percorso, cronometristi, fotografi e cineoperatori. E una sorpresa su tutte: il
deserto non è come comunemente s’immagina; non è solo sabbia e dune. Nel
percorrerlo t’accorgi che muta ininterrottamente colore, sagoma, aspetto.
Imponenti rilievi di pietra, fiumi prosciugati e laghi secchi, immense pianure
pietrose, alberi, palme, vegetazione e naturalmente le dune modellate dal
vento… I
primi 5 italiani in classifica:
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