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Non è mia intenzione fare un resoconto dell’evento
sportivo a cui ho partecipato, conscio che qualunque sintesi di quello che ho
visto, vissuto e pensato prima durante e dopo la gara, sarebbe assolutamente
riduttivo delle reali sensazioni vissute in quelle ore. Desidero,invece,lasciare traccia di una immagine della
gara, come una di quelle che si potrebbero trovare raffigurate nella cartoline
da spedire agli amici quale ricordo di luoghi di un viaggio vissuto
intensamente. L’immagine cui mi riferisco e che mi si è presentata
puntualmente per ben due volte nel corso della gara (che consisteva nel percorrere
un circuito cittadino per ben due volte) è quella delle centinaia di persone
disposte lungo i due lati della carreggiata del ponte Vasterbron che andava
percorso in salita e che in attesa del passaggio dei maratoneti, pronunciavano
gridando parole e frasi di incitamento e di sostegno per i maratoneti da lì
transitavano. Per chi partecipa alle maratone, scene del genere non sono
inusuali né rare e più si trovano quanto più alta è la cultura per lo sport
degli abitanti della città o del Paese che ospita l’evento. Tuttavia la domanda che mi sono posto e che mi ha fatto
riflettere è questa: perché proprio lì su quel ponte? Che cosa spingeva centinaia di persone ad assieparsi ai
due lati di un ponte in salita lungo più di un chilometro, sotto il sole con 28
gradi di temperatura e stare lì diverse ore senza mai spostarsi per trovare un
po’di refrigerio altrove? Per quale motivo queste persone stazionavano a lungo
incuranti di tutto il resto unicamente per incitare e sorreggere moralmente,
con i loro cori di “heya- heya” (significa: “dai, forza”), più di 18mila
maratoneti che da lì sarebbero dovuti passare per ben due volte nel corso della
gara ed esattamente al 13esimo e 33esimo chilometro? Perché aspettare proprio lì e non magari in un altro dei
tanti splendidi punti del percorso di gara ove sarebbe stato possibile
stazionare più comodamente all’ombra senza sfidare quelle temperature che se
per me erano calde, per chi viveva in quelle latitudini erano sicuramente
tropicali? Già, perché proprio lì? Piacere sadico di vedere negli
occhi la sofferenza dei maratoneti e godere di tale visione ovvero, ovviamente,
puro dovere sportivo di sostenere e di incitare proprio nel punto più difficile
del percorso i maratoneti che sapevano di affrontare in quel momento la prova
più dura di tutta la gara. La verità è che sul ponte Vasterbron ho assistito
realizzarsi una sorta di “magia”, una specie di strana alchimia che solo uno
sport di resistenza e di fatica come la maratona può creare. In quel chilometro
lungo il ponte era possibile assistere ad una simbiosi sportiva ed agonistica
tra i due protagonisti dello spettacolo-maratona:da un lato i maratoneti, che a
testa bassa e a denti stretti risalivano a piedi il ponte sfidandone l’asperità
dell’altimetria, dall’altro la gente di Stoccolma assiepata ai margini del
ponte che gridava e sosteneva con ardore
sportivo tutti i partecipanti alla gara.I primi protagonisti sofferenti guardavano negli
occhi i secondi per essere incoraggiati, questi ricambiavano le aspettative dei
primi incitandoli e sostenendoli con frasi e gesti al fine di anestetizzare la
fatica proprio lì in quello che era il punto più duro e più difficile di tutta
la gara. Nell’incontro degli sguardi nelle due categorie di attori si consumava
quel contatto fisico che non c’era ma che comunque dava quella spinta che ci
voleva e quell’abbraccio trainante e determinante per sostenere a buon ritmo la
salita del ponte. Anche il maratoneta più sconfortato e affaticato si
sarebbe fatto coinvolgere da quegli stimoli che dispensavano gratuitamente
energia e forze necessarie per continuare fino alla fine della corsa e che lo
avrebbe portato fino all’interno dello stadio olimpico di Stoccolma dove era
previsto l’arrivo. Entrare in quello stadio e tagliare il traguardo dopo 42km
corsi con 26 gradi di temperatura, sempre al sole e con partenza alle 14 del
pomeriggio era l’obiettivo di tutti noi ed era l’obiettivo voluto per noi da
tutta quella gente che sul ponte ci incitava a correre e a resistere alla
fatica, al caldo ed alla voglia di rallentare o di fermarsi. Tre ore, venticinque minuti e tre secondi è stato il mio
tempo finale, ma quello che più ricordo con travolgente intensità è quell’appuntamento non scritto sul Vasterbron
tra tutti noi e gli abitanti di Stoccolma. Saluti da Stoccolma Salvo Infantino |