Cartolina da Stoccolma,

Cari amici,solo da qualche giorno sono rientrato da Stoccolma dove ho partecipato alla maratona che si è disputata Sabato 30 Maggio.

Non è mia intenzione fare un resoconto dell’evento sportivo a cui ho partecipato, conscio che qualunque sintesi di quello che ho visto, vissuto e pensato prima durante e dopo la gara, sarebbe assolutamente riduttivo delle reali sensazioni vissute in quelle ore.

Desidero,invece,lasciare traccia di una immagine della gara, come una di quelle che si potrebbero trovare raffigurate nella cartoline da spedire agli amici quale ricordo di luoghi di un viaggio vissuto intensamente.

L’immagine cui mi riferisco e che mi si è presentata puntualmente per ben due volte nel corso della gara (che consisteva nel percorrere un circuito cittadino per ben due volte) è quella delle centinaia di persone disposte lungo i due lati della carreggiata del ponte Vasterbron che andava percorso in salita e che in attesa del passaggio dei maratoneti, pronunciavano gridando parole e frasi di incitamento e di sostegno per i maratoneti da lì transitavano.

Per chi partecipa alle maratone, scene del genere non sono inusuali né rare e più si trovano quanto più alta è la cultura per lo sport degli abitanti della città o del Paese che ospita l’evento.

Tuttavia la domanda che mi sono posto e che mi ha fatto riflettere è questa: perché proprio lì su quel ponte?

Che cosa spingeva centinaia di persone ad assieparsi ai due lati di un ponte in salita lungo più di un chilometro, sotto il sole con 28 gradi di temperatura e stare lì diverse ore senza mai spostarsi per trovare un po’di refrigerio altrove?

Per quale motivo queste persone stazionavano a lungo incuranti di tutto il resto unicamente per incitare e sorreggere moralmente, con i loro cori di “heya- heya” (significa: “dai, forza”), più di 18mila maratoneti che da lì sarebbero dovuti passare per ben due volte nel corso della gara ed esattamente al 13esimo e 33esimo chilometro?

Perché aspettare proprio lì e non magari in un altro dei tanti splendidi punti del percorso di gara ove sarebbe stato possibile stazionare più comodamente all’ombra senza sfidare quelle temperature che se per me erano calde, per chi viveva in quelle latitudini erano sicuramente tropicali?

Già, perché proprio lì? Piacere sadico di vedere negli occhi la sofferenza dei maratoneti e godere di tale visione ovvero, ovviamente, puro dovere sportivo di sostenere e di incitare proprio nel punto più difficile del percorso i maratoneti che sapevano di affrontare in quel momento la prova più dura di tutta la gara.

La verità è che sul ponte Vasterbron ho assistito realizzarsi una sorta di “magia”, una specie di strana alchimia che solo uno sport di resistenza e di fatica come la maratona può creare. In quel chilometro lungo il ponte era possibile assistere ad una simbiosi sportiva ed agonistica tra i due protagonisti dello spettacolo-maratona:da un lato i maratoneti, che a testa bassa e a denti stretti risalivano a piedi il ponte sfidandone l’asperità dell’altimetria, dall’altro la gente di Stoccolma assiepata ai margini del ponte che  gridava e sosteneva con ardore sportivo tutti i partecipanti alla gara.I  primi protagonisti sofferenti guardavano negli occhi i secondi per essere incoraggiati, questi ricambiavano le aspettative dei primi incitandoli e sostenendoli con frasi e gesti al fine di anestetizzare la fatica proprio lì in quello che era il punto più duro e più difficile di tutta la gara. Nell’incontro degli sguardi nelle due categorie di attori si consumava quel contatto fisico che non c’era ma che comunque dava quella spinta che ci voleva e quell’abbraccio trainante e determinante per sostenere a buon ritmo la salita del ponte.

Anche il maratoneta più sconfortato e affaticato si sarebbe fatto coinvolgere da quegli stimoli che dispensavano gratuitamente energia e forze necessarie per continuare fino alla fine della corsa e che lo avrebbe portato fino all’interno dello stadio olimpico di Stoccolma dove era previsto l’arrivo.

Entrare in quello stadio e tagliare il traguardo dopo 42km corsi con 26 gradi di temperatura, sempre al sole e con partenza alle 14 del pomeriggio era l’obiettivo di tutti noi ed era l’obiettivo voluto per noi da tutta quella gente che sul ponte ci incitava a correre e a resistere alla fatica, al caldo ed alla voglia di rallentare o di fermarsi.

Tre ore, venticinque minuti e tre secondi è stato il mio tempo finale, ma quello che più ricordo con travolgente intensità è  quell’appuntamento non scritto sul Vasterbron tra tutti noi e gli abitanti di Stoccolma.

 

Saluti da Stoccolma

Salvo Infantino